Kenya: la Corte Suprema garantisce il diritto di associazione della comunità LGBTQ+
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Contro la sentenza si scagliano esponenti politici e chiese evangeliche: “un pericolo per la morale pubblica”
Kenya: la Corte Suprema garantisce il diritto di associazione della comunità LGBTQ+
28 Febbraio 2023
Articolo di Redazione
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Sta scatenando un polverone in Kenya la sentenza con cui la Corte Suprema riconosce il diritto di associazione della comunità LGBTQ+, pur sottolineando che l’omosessualità rimane illegale.

Nel pronunciamento, approvato il 24 febbraio con tre voti favorevoli e due contrari, i giudici stabiliscono che il Consiglio delle ong del paese (NGO Coordination Board) ha sbagliato a rifiutare la registrazione come organizzazione della Commissione nazionale per i diritti umani di gay e lesbiche (National Gay and Lesbian Human Rights Commission – Nglhrc), nel 2013.

E che “sarebbe incostituzionale limitare il diritto di associarsi, attraverso il diniego dell’iscrizione di un’associazione, sulla sola base dell’orientamento sessuale dei ricorrenti”.

Una sentenza inappellabile che arriva dopo 10 anni di battaglie legali dei movimenti Lgbtq+, in un momento in cui la retorica omofobica sta crescendo in tutto il Paese. E che non a caso è stata subito cavalcata da esponenti politici e dalle sempre più potenti chiese evangeliche.

Ieri è intervenuto pubblicamente il presidente dell’Assemblea nazionale (parlamento) Moses Wetangula, condannando il pronunciamento del massimo tribunale dello Stato. “Il Kenya è profondamente religioso. Ogni individuo e/o istituzione pubblica, compresa la magistratura, ha il dovere di sostenere, difendere e proteggere la morale pubblica!! La sentenza della Corte può portare a conseguenze indesiderate e inutili”, ha twittato minaccioso.

Contro il pronunciamento anche l’ex presidente del parlamento e attuale procuratore generale Justin Muturi (Partito democratico) che ha annunciato di voler chiedere un parere consultivo, sostenendo che la questione non sia materia giuridica ma che richieda invece una consultazione pubblica.

La sentenza ha anche provocato una tempesta nei circoli evangelici. Tra le prime a intervenire la potente chiesa Citam (Christ Is The Answer Ministries) di Nairobi. Il suo vescovo ha definito la decisione della corte “contraddittoria” perché contraria alle “norme culturali” e ha invitato i cristiani e tutti i kenyani a “rifiutare, resistere e opporsi” alla sentenza che “eroderà le nostre norme e morali sociali”.

Odede ha anche aggiunto che il pronunciamento stabilisce un brutto precedente per pedofili e coloro che violano altre norme morali.

La comunità LGBTQ+ resta dunque ancora, e più che mai sotto attacco in Kenya, dove è in vigore una legge varata nel 1930, sotto il dominio britannico, che criminalizza quelli che definisce atti di “grave indecenza” e “conoscenza carnale contro l’ordine della natura”.

La legge prevede una pena detentiva fino a 14 anni per chi è ritenutә colpevole di essere omosessuale. Ma le cose potrebbero addirittura andare peggio, perché il deputato di Homabay Peter Kaluma sta sponsorizzando un disegno di legge che imporrebbe condanne fino all’ergastolo.

Un precedente ricorso contro queste leggi era stato respinto dall’Alta Corte nel maggio 2019.

Discriminati, umiliati, aggrediti, arrestati, incarcerati, a volte uccisi, come l’attivista kenyano Edwin Chiloba. La comunità LGBTQ+ è sotto attacco non solo in Kenya, ma anche in Uganda, Ghana e Tanzania. Ma più in generale in gran parte del continente dove in 33 stati su 54 chi non rispetta il canone eterosessuale è considerato un criminale.

 

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