Il traffico di carbone in Somalia
Non si è mai fermato in Somalia il commercio illegale di carbone che da anni finanzia il rafforzamento di al-Shabaab, con la complicità prezzolata di amministrazioni locali e di parte del contingente kenyano dell’Amisom. A denunciarlo è il gruppo di esperti delle Nazioni Unite incaricati di monitorare l’embargo sulle armi.

Anche l’ultimo rapporto della commissione di esperti dell’Onu per il monitoraggio dell’embargo sulle armi in Somalia (UN Monitoring Group on Somalia and Eritrea) mette in evidenza come una delle maggiori minacce alla stabilizzazione dell’area e alla lotta al terrorismo sia la corruzione.

Quanto denunciato quest’anno, purtroppo, non è sostanzialmente diverso da quanto detto negli anni scorsi – e ampiamente documentato anche da rapporti indipendenti – e spiega chiaramente come di fatto favorisca il rafforzarsi del gruppo al-Shabaab e ne faciliti le operazioni, ma anche come l’interesse nazionale passi in secondo piano rispetto alla prospettiva di facili e lauti guadagni.

Il rapporto analizza in modo particolare il contrabbando di carbone di legna – proibito dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – che ha rappresentato un affare da almeno 150 milioni di dollari solo nell’ultimo anno e di cui si avvantaggiano soprattutto reti criminali basate a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti e a Kisimayo, il porto somalo da dove viene inviato agli stati petroliferi della penisola arabica. Le principali destinazioni sono i porti in Iran, dove il carbone – già falsamente etichettato come proveniente da Comore, Ghana o Costa d’Avorio – viene nuovamente marchiato come “prodotto dell’Iran”, caricato su navi battenti bandiera iraniana e inviato a Dubai con certificati che rivendicano l’Iran come paese di origine.

Per raggiungere Kisimayo, il carbone di contrabbando – una stima prudente dice che sarebbero stati almeno 3 milioni di sacchi nel periodo coperto dal rapporto – attraversa le regioni del Medio e Basso Shabelle, in cui la presenza di al-Shabaab è ancora solida, ma dove sono stanziate anche basi militari della missione di pace dell’Unione Africana (Amisom). Gli esperti valutano che l’anno scorso il gruppo terroristico abbia ricavato almeno 7,5 milioni di dollari da questo commercio illegale, imponendo balzelli ai numerosi check-point sulle strade che si dirigono al porto, “fondi più che sufficienti a sostenere le loro attività”.

Non solo i terroristi

Ma il gruppo al-Shabaab non è il solo a guadagnare sul traffico illecito, che ha anche molto contribuito alla desertificazione del territorio. Nel rapporto si dice che la stessa amministrazione del Jubaland avrebbe ricavato almeno 15 milioni di dollari, imponendo una tassa di 5 dollari su ogni sacco passato dal porto di Kisimayo.

L’ultima osservazione sul traffico di carbone riguarda il ruolo dell’Amisom che, dicono gli esperti dell’Onu, ha negato loro qualsiasi assistenza quando, lo scorso luglio, hanno chiesto di esaminare il carbone accatastato nei magazzini del porto. Il presidio a queste strutture a Kisimayo e nella località di Buur Gabo è di competenza delle truppe keniane, le quali avrebbero (anche loro) un bel tornaconto su questo traffico.

Nel rapporto, le forze di sicurezza del Kenya vengono citate anche in merito alla corruzione che facilita l’azione dei terroristi di al-Shabaab. Indagato, in particolare, un episodio dello scorso febbraio, quando, non lontano dal confine somalo, venne intercettato un veicolo carico di bombe rudimentali. Le indagini hanno poi chiarito che il veicolo si stava dirigendo a Nairobi, dove era stato pianificato un complesso attentato che aveva come obiettivo sedi istituzionali. La minaccia di un simile attacco e l’operazione che aveva portato a sventarlo, avevano occupato le prime pagine dei giornali per diversi giorni, tanto il pericolo evitato era ritenuto grave per la stessa stabilità nazionale.

Nel corso degli accertamenti è risultato evidente che i terroristi arrestati avevano passato il confine numerose volte, addirittura con lo stesso veicolo che era poi risultato carico di esplosivo, senza incorrere in particolari problemi. Il documento sostiene che ai militanti somali bastava allungare pochi soldi ai militari kenyani in servizio sui due lati del confine, per passare senza controlli. 

Anche le forze di sicurezza somale non escono bene dal rapporto. Vi si dice che l’impatto veramente limitato delle azioni condotte contro al-Shabaab, potrebbe essere dovuto a vaste infiltrazioni nelle forze somale stesse. A supporto della tesi, si osserva che i terroristi avrebbero indossato uniformi in dotazione alle forze somale in almeno cinque azioni dall’ottobre del 2017.

In sintesi, il report delinea una situazione davvero inquietante, ormai radicata da anni di connivenze, interessi economici e reciproci favori che non sarà facile modificare, e che mette a rischio la stabilità e le possibilità di sviluppo economico dell’intera regione.

Nella foto: le forze di difesa del Kenya e i soldati del governo federale somalo pattugliano un deposito di carbone a Burgabo, a sud di Kismayo. (Foto VCG)