ALTRE AFRICHE
Davide Maggiore

Il Marocco come la Germania. E l’Italia, la Francia, la Spagna, il Belgio… Parlando di economia, il paragone non sembra reggere. Ma se si tratta di Uber, il servizio che attraverso una app fa concorrenza a taxi e auto a noleggio, le cose stanno diversamente. Il regno nordafricano, infatti, è uno degli ultimi paesi in cui l’azienda di San Francisco ha dovuto cambiare i suoi piani per questioni legali. Il 19 febbraio, infatti, ha comunicato che, per la poca chiarezza delle norme locali, avrebbe sospeso le attività, iniziate nel 2015 a Casablanca.

Il messaggio alla politica è chiaro: “saremo pronti a tornare quando saranno in vigore nuove regole”, spiega il testo, molto commentato dall’opinione pubblica. Che già da tempo, in vari paesi africani, discute di gig economy, il settore in cui lavori e servizi temporanei sono assegnati attraverso app o piattaforme online.

Il fenomeno va oltre i marchi noti in Occidente: una recente ricerca dell’università inglese di Oxford e di quella sudafricana di Pretoria si è concentrata sui lavori che avvengono esclusivamente in Rete, come traduzioni, programmazione, scrittura di testi. Facendo emergere diversi punti critici che vanno al di là della precarietà estrema.

In vari casi i lavoratori intervistati (diverse centinaia tra Asia sudorientale e, appunto, Africa) hanno denunciato, ad esempio, problemi di razzismo. Moses, giovane traduttore kenyano che abita in una baraccopoli di Nairobi, ha raccontato di far credere ai potenziali datori di lavoro internazionali di essere australiano, per essere ingaggiato più facilmente.

Nella gig economy africana, in effetti, la concorrenza è forte: lo stesso studio ha provato a verificare, in un giorno qualunque, quante persone avessero offerto il loro lavoro su una certa piattaforma e quante avessero ottenuto un incarico. Risultato: avevano avuto successo 1.500 kenyani su 21.700, 800 sudafricani su 10.200 e 200 nigeriani su 7.000.

Anche Carl Manlan, economista che lavora per una fondazione creata dalla banca Ecobank, non crede che la gig economy sia la soluzione per i disoccupati africani. In un editoriale sul kenyano Daily Nation, ha sostenuto che questo modello genera “incertezza” e presuppone “alti livelli di occupazione, ottimo livello linguistico e buona salute”, lasciando dunque “indietro la maggoranza” della popolazione.

Il suggerimento del funzionario di Ecobank Foundation è che governi e investitori puntino su istruzione e piccole e medie imprese per contrastare questa tendenza. Ma c’è anche chi prova ad affrontare i colossi della ‘gig economy’ proprio sul terreno informatico. Come il Sindacato Nazionale dei Tassisti Marocchini (SNTM) che a novembre ha annunciato il lancio di ‘Fiddek’: un’applicazione per smartphone che permette di prenotare e seguire in tempo reale un taxi. Creata in collaborazione con la società francese Heetch prevede per gli autisti standard di qualità e formazione obbligatoria ma anche benefici, come un’assicurazione sanitaria.

Nella foto proteste del Sindacato Nazionale dei Tassisti Marocchini contro Uber e Careem a Casdablanca (Aic Press).