Il dopo Brexit
Con l’uscita dall’Unione Europea, il 31 gennaio, Londra punta ad aprire un nuovo capitolo nei rapporti commerciali con il continente, forte anche del suo status di ex potenza coloniale. Un nuovo corso che, per ora, non sembra discostarsi molto dai precedenti, da sempre concentrati sull’accaparramento di materie prime.

Il 20 gennaio capi di stato e di governo di 21 paesi africani hanno risposto all’invito del primo ministro britannico Boris Johnson, partecipando all’UK-Africa Investment Summit, il primo incontro al vertice in cui sono stati presi impegni economici per il dopo Brexit.

Nel meeting, che si è svolto a Londra, è stato aperto un nuovo capitolo nella cooperazione britannica con il continente. Johnson, che quando era sindaco della capitale inglese ebbe a dire pubblicamente che molti paesi africani sarebbero stati in migliori condizioni se fossero ancora colonie britanniche, ha dichiarato: «Vogliamo costruire un nuovo futuro come nazione libera di commerciare globalmente … ma voglio intensificare ed espandere quel commercio in modi che vanno ben oltre il che cosa noi vendiamo a voi o voi vendete a noi». Per ora, secondo dati della cooperazione britannica (DFID, Overseas Development Institute, AfDB), gli scambi commerciali con il continente pesano per il 2,5% del totale. Tuttavia l’Inghilterra si posiziona al quarto posto negli investimenti diretti in Africa, dopo Cina, India e Stati Uniti.

Questo “new deal” potrà però entrare in vigore solo dopo un periodo transitorio di 18 mesi, durante i quali la Gran Bretagna potrebbe dover rinegoziare molti degli accordi siglati come paese membro dell’Unione europea, compresi quelli con i paesi africani. Ad esempio, nell’accordo conosciuto come Economic Partnership Agreements (EPA), che ha firmato insieme agli altri paesi dell’Unione Europea, si sono prese decisioni riguardanti la tassazione dei beni commerciati. Tra 18 mesi un nuovo accordo tra Londra e i paesi africani dovrà entrare in vigore, altrimenti si rischia la paralisi con i danni che si possono immaginare.

Intanto, nel summit, le compagnie inglesi hanno firmato con i governi africani 27 impegni contrattuali per un valore di 8,5 miliardi di dollari, impegni che, per quello che se ne sa finora, non si discostano sostanzialmente da quelli tradizionali, che hanno contribuito ben poco ad uno sviluppo equo e sostenibile del continente, anzi, in molti casi ne hanno facilitato il depauperamento e fomentato la corruzione tra le sue leadership.

Il settore delle materie prime minerarie sembra essere ancora tra i più appetibili per gli investitori britannici. La KEFI Minerals, specializzata nella ricerca ed estrazione di metalli preziosi, ha annunciato investimenti per 293 milioni di dollari in una nuova miniera d’oro e per sviluppare infrastrutture locali in Etiopia.

La compagnia petrolifera Tullow Oil ha invece rinnovato l’impegno per investimenti pari a 1,5 miliardi di dollari nel settore petrolifero in Kenya. Per quanto riguarda le energie rinnovabili, per ora sembra ci siano impegni solo per esportazioni di prodotti finiti. La Nexus Green esporterá 104 milioni di dollari di pompe ad energia solare per l’irrigazione in Uganda, mentre Globeleq costruirá un impianto per la produzione di energia solare del valore di 59 milioni di dollari a Malindi, sulla costa del Kenya.

Va per la maggiore anche il settore delle infrastrutture: 1,9 miliardi di dollari per strade, produzione di energia, tecnologia per migliorare l’informazione, la comunicazione ed altro in Egitto, Etiopia, Ghana, Kenya e Uganda. E l’elenco sarebbe ancora lungo.

Si discosta dalla tradizione l’annuncio della Diageo, che produce birra, già oggi la maggior azionista della East African Breweries Ltd. L’azienda inglese investirà 218 milioni di dollari per ridurre l’inquinamento che la produzione della bevanda provoca. Spiccioli per la ricerca invece nell’accordo di partnership tra l’Università di Manchester e la National Health Service Foundation del Kenya per una ricerca sul cancro, problema rampante nel paese.

Insomma, in questo summit non sembrano emerse novità nei rapporti economici tra Londra e l’Africa. Lo segnala una dichiarazione, o forse una battuta, del presidente ugandese Yoweri Museweni: «Sono contento che nel suo discorso il primo ministro – Boris Johnson, ndr – abbia detto che i nostri prodotti, compresa la carne dell’Uganda, troveranno la loro via per raggiungere le tavole della Gran Bretagna post Brexit. La nostra posizione è sempre stata per flussi commerciali bilanciati che beneficiano tutte le parti».

Non sono mancate osservazioni critiche anche da parte inglese. Diversi commentatori hanno osservato che il summit è solo un modo per cercare di riacquistare il terreno perduto nel confronti della Cina e di altri attori negli ultimi decenni. Lo stesso Johnson lo ha rimarcato nel suo discorso, accennando appunto alla concorrenza di molti altri, compresi diversi paesi europei, tra cui la Germania e la Francia. Ma, ha detto, citando un proverbio Akan del Ghana, «non tutte le dita sono uguali», sottintendendo ovviamente che la Gran Bretagna è il dito migliore.

Non sono dello stesso parere quelli che, in Inghilterra, ricordano la spocchia passata dello stesso Johnson e di una parte della classe dirigente inglese, e il lungo disinteresse e le politiche restrittive nei confronti dell’immigrazione africana, prevedendo che non sarà facile per Londra riguadagnare il terreno perduto.

Nella foto: il premier britannico Boris Johnson con alcuni capi dello stato e ministri africani al termine del UK – Africa Investment Summit 2020 a Londra.