L'Africa e i paradisi fiscali
Evasione fiscale, creazione di fondi illeciti, corruzione e riciclaggio di denaro in Africa generano un “tesoretto” illegale di almeno 60 miliardi di dollari all’anno. Denaro che viene sistematicamente sottratto a progetti di sviluppo per la popolazione, aumentando le diseguaglianze. Il sistema è ingovernabile perché senza regole né trasparenza, ma c’è chi sta provando a mettere dittatori e politici corrotti sotto pressione.

«Vedere un dittatore atterrare a Ginevra potrebbe essere una buona cosa. Potrebbe (per esempio) significare che si tratti di un viaggio diplomatico per partecipare a dei colloqui di pace (la città ospita istituti delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali). Ma la Svizzera è anche un paradiso sicuro per uomini potenti che arrivano dal terzo mondo e che vogliono mettere da parte i soldi che hanno rubato al proprio popolo». È la considerazione fatta dal giornalista investigativo freelance svizzero François Pilet alla rivista statunitense Newsweek per spiegare lo scopo del suo progetto: il GVA Dictator Alert.

Si tratta di un Twitterbot che posta automaticamente un messaggio sul social network non appena l’aereo di un dittatore o del suo governo atterra o decolla dall’aeroporto di Ginevra. Pilet, assieme a suo cugino Julien, ha creato questo account Twitter lo scorso 16 aprile, allo scopo di monitorare i viaggi dei leader degli Stati definiti “regimi autoritari”, dal Democracy Index 2015, per acquisire eventuali tracce di illeciti. L’idea è quella di rendere gli spostamenti dei dittatori “trasparenti” e dissuaderli da reati come l’evasione fiscale, la creazione di fondi illeciti, la corruzione o il riciclaggio di denaro.

Il progetto non è nato per caso. Julien è uno sviluppatore informatico e François, oltre a essere giornalista del magazine svizzero L’Hebdo, è membro dell’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), il collettivo internazionale che ha lavorato ai “Panama Papers”.
Il bot Twitter funziona grazie ad un’antenna sistemata vicino all’aeroporto, che riceve i segnali Ads-B, i quali trasmettono il codice identificativo e la localizzazione di ogni aereo. Un programma confronta quei dati con quelli raccolti da diversi database online che tracciano il traffico aereo nel mondo. Quando vi è una coincidenza fra il numero di coda di un volo e quello di un apparecchio utilizzato da un governo autoritario, allora viene postato un tweet con i dettagli del volo.

Uno strumento utile per l’indagine d’inchiesta, il cui account ha già riscosso successo con quasi 14 mila follower. Il bot al momento monitora e pubblica i movimenti di oltre 80 velivoli di 21 paesi diversi, tra cui Iran, Arabia Saudita, Qatar e Russia. Ma anche molti africani come l’Algeria, il Gabon e tanti altri.

Caso Obiang

E proprio dall’Africa è partita l’idea. Pilet ha infatti deciso di lanciare il GVA Dictator Alert dopo che lo scorso marzo L’Hebdo ha pubblicato una sua inchiesta sui viaggi e gli affari finanziari in Svizzera dei membri del regime della Guinea Equatoriale. Paese guidato da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo dal 1979 (è il presidente più longevo d’Africa).

Segnalando i numerosi atterraggi degli aeromobili equatoguineani all’aeroporto Cointrin (negli ultimi sei mesi 25 segnalazioni) Pilet ha fatto posare gli occhi della magistratura elvetica sul vicepresidente Teodorin Nguema Obiang, figlio di Teodoro (nella foto in basso). Fino a quando lo scorso 18 ottobre è stata aperta un’indagine preliminare a suo carico per i reati di riciclaggio di denaro, appropriazione indebita di fondi pubblici e corruzione, e venerdì scorso è stato aperto ufficialmente un procedimento penale. Un buon risultato, dato che, sempre la scorsa settimana, su richiesta del pubblico ministero, gli sono state anche sequestrate 11 auto di lusso custodite nell’area di carico dell’aeroporto di Ginevra.

Il rampollo è già sotto inchiesta in Francia e Spagna per accuse simili ed è stato imputato anche negli Stati Uniti, dove ha patteggiato un risarcimento mai pagato. Sembra che dal 2004 la maggior parte della fortuna di Teodorin sia passata attraverso conti bancari svizzeri. Si parla di centinaia di milioni di dollari, che in buona parte sarebbero tangenti e denaro frodato allo Stato e alle imprese equatoguineane.

L’erede di Teodoro non è da solo. L’inchiesta francese che lo riguarda, fa parte di un’ampia indagine avviata nel 2008 denominata “biens mal acquis” (guadagni illeciti). In essa sono coinvolti anche altri leader africani che, come lui, in passato avrebbero acquistato costose proprietà in Francia con soldi sottratti alle loro casse statali: il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso e l’ex presidente del Gabon, Omar Bongo, padre dell’attuale presidente Ali Bongo.

Swissleaks e Panama Papers

Si commette un errore a ritenere che i paradisi fiscali siano esclusivo appannaggio di ricchi uomini dei paesi occidentali. In Africa se ne fa largo uso. Quelli sopracitati sono solo i casi più recenti e famosi di evasione fiscale, appropriazione indebita o riciclaggio in cui sono coinvolti potenti personaggi africani.

Nel febbraio 2015, per esempio, è stata pubblicata l’inchiesta giornalistica denominata “Swissleaks”, che riguardava la fuga di notizie sui conti di 100.000 clienti e 20.000 società offshore aperti nella filiale svizzera della banca britannica Hsbc (la famosa “lista Falciani”) che ammontavano a più di 100 miliardi di euro. Il continente africano era molto presente nella lista. Sono stati trovati depositi sospetti collegabili ad operazioni di evasione fiscale, riciclaggio e traffico d’armi, materie prime e diamanti che riguardavano Tanzania, Kenya, Uganda, Burundi, Rd Congo e tanti altri.

Alcuni di quei conti hanno anche generato molto scalpore. Per esempio quello dell’Eritrea il paese africano più presente nella lista. Su un unico conto, di proprietà di un cittadino eritreo non meglio identificato, si trovavano più di 695 milioni di dollari. Che si trattasse forse del presidente, Isaias Afewerki? (nella foto in basso)

Tra i numerosi clienti stranieri che si nascondevano dietro lo schermo della banca Hsbc è spuntato fuori anche il re marocchino, Mohammed VI e la famiglia reale. Fece scandalo perché, per legge, a un cittadino residente in Marocco non è concesso aprire un conto corrente all’estero, salvo speciale deroga. Cosa che l’Ufficio dei Cambi marocchino non ha mai confermato. 

Da non dimenticare poi, lo scandalo mondiale dei “Panama Papers” scoppiato lo scorso aprile. L’inchiesta riguardava documenti trapelati dallo studio legale panamense Mossack Fonseca che fa consulenze per aiutare ricchi clienti a usufruire dei vantaggi garantiti dal paradiso fiscale centroamericano. Anche qui sono emersi nomi di personalità e uomini d’affari africani. Molti i politici, come José Maria Botelho de Vasconcelos, l’attuale ministro angolano del petrolio, James Ibori, ex Governatore del Delta State in Nigeria o, Emmanuel Ndahiro, ex capo dell’intelligence rwandese ed ex consigliere per la sicurezza del presidente Paul Kagame. Ma anche parenti stretti dei leader, come Jaynet Kabila, sorella del presidente congolese Joseph Kabila, o la nipote del presidente sudafricano Jacob Zuma, Clive Khulubuse Zuma.

Dati dell’Africa frodata

È appurato che meccanismi di elusione fiscale usati a livello globale sottraggano risorse al sistema dello Stato sociale. Nei paesi africani ciò equivale inevitabilmente alla privazione delle risorse necessarie a combattere povertà e analfabetismo diffusi.

C’è chi ha provato a quantificare. Secondo uno studio condotto nel 2015 da Gabriel Zucman, professore della London School of Economics, i paradisi fiscali detengono capitali illegali pari all’8% del patrimonio finanziario mondiale. Di tutta questa ricchezza esentasse, almeno 500 miliardi di dollari sono “africani”. Un dato confermato anche dall’Oxfam in un suo recente rapporto, nel quale si afferma che il tesoretto illegale equivale al 30% del patrimonio degli africani ricchi. Una massa enorme di denaro pubblico che sarebbe sufficiente a coprire la spesa sanitaria per quattro milioni di bambini e assicurare l’istruzione primaria in tutto il continente. Ed è sempre del 2015 uno studio di una commissione dell’Unione Africana guidata dall’ex presidente sudafricano Tabo Mbeky, denominato “Illicit financial flows – Tuck it! Stop it! Get it!”, nel quale si apprende che i crimini finanziari, quali l’elusione delle tasse e la corruzione, drenano dal continente almeno 60 miliardi di dollari all’anno. Una grande frode.

Certo, è essenziale perseguire chi viene “beccato”, e ben vengano iniziative d’indagine come quella dei Pilet, ma la verità è che alla base del problema ci sono istituzioni come i nuovi wealth manager (Vedi box) che facilitano la frode fiscale in tutto mondo. Un grande sistema che è ingovernabile perché senza regole né trasparenza, dal quale è nato un patrimonio transnazionale nascosto e facilmente trasferibile con un semplice clic da un paese offshore ad altri. I paradisi fiscali sono tra le principali cause di diseguaglianze nel mondo ed è su di essi che si dovrebbe intervenire con una normativa sovranazionale unica, più rigida e severa che li costringa alla trasparenza.

Curiosità 
Diseguaglianza: Secondo l’ultimo rapporto Oxfam l’1% della popolazione mondiale possiede più del restante 99%. 62 persone nel mondo detengono la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione globale (3,6 miliardi di persone). Nell’arco di 5 anni, questi ‘paperoni’ hanno visto crescere i loro patrimoni di 500 miliardi di dollari (+44%), arrivando a un totale di 1.760 miliardi. Le diseguaglianze crescono: nel 2010, erano 388 i miliardari i cui patrimoni valevano quanto quello di tutta la metà più povera del pianeta. Nel 2014, erano 80. Oggi, appunto, 62.

Ultimi paradisi assoluti: Secondo l’Ocse, restano 11 i paesi dove il segreto bancario è ancora invalicabile, la tassazione è inesistente. Brunei, Isole Marshall, isola di Dominica, Micronesia, Libano, Guatemala, Liberia, Panama, Isola di Nauru, Vanuatu, Trinidad e Tobago.

Wealth Manager: Una figura di consulenza in ascesa nel mondo della finanza “per ricchi”. Sono i gestori di grandi patrimoni. Questi professionisti (che di solito sono avvocati, commercialisti, fiscalisti o consulenti finanziari) aiutano i clienti a sottrarre “legalmente” ricchezze al fisco.  Attraverso fondi fiduciari, società offshore e altri strumenti simili, “nascondono” grandi concentrazioni di potere economico rendendo difficile se non impossibile risalire ai veri detentori della ricchezza. Le loro attività sono formalmente legali ma socialmente illegittime.
Di recente è aumentato il loro interesse verso il mercato di clienti africano, proprio perché negli anni è cresciuto il numero di africani con almeno 1 milione di dollari di patrimonio investibile, i quali, secondo l’ultimo rapporto World Wealth Report, sarebbero 145 mila.