Succès Masra

Si è laureato in scienze economiche alla Sorbona e si è specializzato all’Università di Oxford. E fino all’aprile del 2018, ha lavorato alla Banca africana di sviluppo. Poi ha capito che vuole fare altro nella vita e oggi, a 37 anni, Succès Masra, è una figura emergente dell’opposizione ciadiana al presidente Idriss Déby.

Leader del partito Les Transformateurs (I Trasformatori) è impegnato in queste ore nel “contro forum” che contesta nel metodo e nei contenuti il forum nazionale sulla Costituzione (modificata nel 2018) indetto dal presidente nella capitale N’Djamena.

Cosa ne pensa del forum nazionale inclusivo sulla Costituzione (29-31 ottobre), convocato dal presidente Deby?

Il nostro movimento politico I Trasformatori volevamo partecipare e contribuire al dibattito. Il 4 ottobre abbiamo dato la nostra disponibilità a partecipare con le nostre proposte di trasformazione: una richiesta di accesso al dialogo e al contradditorio sui temi veri del paese perché crediamo che il cambiamento parta dall’ascolto di tutti anche e soprattutto di coloro con cui non siamo d’accordo.

Ci è stato risposto che per partecipare dovevamo allearci ad altre corporazioni. La verità è che non siamo i benvenuti perché contestiamo il potere in carica sin dalle radici, visto che il presidente ha messo la Quarta Repubblica completamente nelle sue mani con la modifica della Costituzione nel maggio del 2018.

Questo forum nazionale è una vetrina per il presidente che cerca di mostrare all’estero una sua parvenza democratica e di coinvolgimento. Non è certo un appuntamento inclusivo ma riservato agli alleati del partito al potere e agli altri vassalli. Peccato perché abbiamo raccolto tante proposte ascoltando la nostra gente e abbiamo formulato una petizione con l’assenso e il coinvolgimento di oltre 150.000 persone. Ora le porteremo in tutte le sedi perché siano discusse.

Quali sono le proposte che presentate al “contro forum” che si sta svolgendo in contemporanea e del quale fa parte anche il partito Les Trasformateurs?

Innanzitutto dobbiamo fare di tutto per ottenere un’alternanza al potere. I tanti ciadiani con cui siamo in contatto e la diaspora che incontriamo nei nostri viaggi all’estero ci dicono che il primo punto dev’essere la chiusura del trentennio di potere del presidente Idriss Déby.

Prendiamo i paesi impegnati con noi nell’operazione G5 Sahel contro il terrorismo: in ciascuno sono in atto processi di alternanza al potere. Il presidente Issoufou del Niger si prepara a lasciare ed è arrivato 20 anni dopo Deby. E anche Mauritania, Senegal e Burkina Faso hanno fatto dei passi in direzione dell’alternanza.

In alcuni paesi oggi alle urne come Costa d’Avorio e Guinea il terzo mandato dei presidenti Ouattara e Condé, contestatissimo dalle popolazioni e società civili, viene considerato come un colpo di stato. Déby invece è al quinto mandato consecutivo e con tutta probabilità si ricandiderà per il sesto. Un’anomalia pazzesca.

Poi è necessario un equilibrio dei poteri, che in Ciad è stato rotto. Dobbiamo ritornare alla separazione dei tre poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. E invece Deby è diventato prima presidente, poi sultano del suo villaggio natale, ministro della difesa ad interim, primo ministro (considerato che la Costituzione del 2018 annulla questa figura), maresciallo dall’agosto di quest’anno per la celebrazione dei 60 anni d’indipendenza e oggi anche alla testa del Consiglio superiore della Magistratura. Questa è una monarchia assoluta!

Infine proponiamo davvero l’inclusione di tutti: oggi viviamo l’apartheid costituzionale con l’esclusione dell’80% della popolazione dall’accesso al gradino più alto dello stato. L’articolo 67 della Costituzione impedisce l’accesso a questa carica a chi ha meno di 45 anni.

La gente ormai lo chiama “clausola anti Masra” perché sanno bene che è stato posto contro di me, per sbarrarmi la strada. Come mai allora tanti nostri soldati, diciottenni, sono mandati a morire nel Sahel nella lotta contro i terrorismo islamista?

Un altro punto del nostro programma è di togliere il giuramento confessionale (sul corano e sulla bibbia) da parte dei ministri introdotto nella Costituzione nel 2018. Il nostro è un paese laico che rispetta la storia di una civilizzazione arabo-musulmana che è iniziata nel XIII secolo e che si è incontrata nel tempo con quella cristiana di stampo occidentale.

Nel corso del tempo le due comunità si sono scontrate ma hanno saputo anche mettere le basi per una convivenza pacifica e oggi insistiamo molto sull’incontro delle religioni per costruire la pace.

Non servono politiche discriminatorie di stampo religioso che dividono, ma serve il rispetto e l’accoglienza della religione dell’altro per costruire insieme un’idea di nazione. Proponiamo un progetto di società in cui ognuno possa aspirare a presentare la sua idea di paese e a confrontarsi su tutti i temi: economia, sviluppo, sanità, scuola, politiche sociali …

Perché fate così paura al sistema “Deby”?

Perché siamo seri e competenti e proponiamo quello che serve davvero al paese. Non siamo sul libro paga di Déby né marionette di contorno al grande capo. Il 90% dei partiti politici è concentrato su interessi pecuniari, sull’acquisizione di posti di prestigio. Noi non cerchiamo un titolo o un privilegio.

Cerchiamo il bene della gente. Io lavoravo alla Banca africana dello Sviluppo e sinceramente avevo un buon posto e non avevo bisogno di cambiare lavoro. Ma ho sentito questo richiamo a lavorare per il mio paese e mi son messo in gioco. Mi sono dimesso per dare vita a questo progetto di trasformazione e battermi per l’avvenire del paese. La mia storia parla.

Il presidente Déby non è abituato ad avere a che fare con gente così: che pensa, che mette in discussione, che entra nel merito. Lui vuole solo dei “signorsì”.

Abbiamo dalla nostra la gente e questo fa paura. La gente che incontriamo nei diversi angoli del paese ci sostiene e ha capito che siamo davvero la novità. Parliamo a una intera generazione di giovani che hanno sete di cambiamento.

Molti di loro hanno conosciuto solo questo presidente. La gente ha capito che siamo gente seria che discute, propone, si impegna. Déby sa bene che siamo molto più competenti di lui e si arrocca. Anche nel sistema securitario, di cui tanto si vanta, possiamo fare meglio di lui. E allora siamo diventati una minaccia.

I movimenti popolari che hanno portato ad un cambiamento in Sudan l’anno scorso e che scuotono oggi Algeria, Mali, Nigeria possono avere un effetto domino in Ciad?

Certamente, soprattutto per quanto riguarda il Sudan a cui ci accomuna una configurazione di paese molto simile. L’ex presidente El-Bashir era un generale come Déby, al potere da 30 anni. La strada lo ha cacciato. Tutti i popoli hanno le stesse aspirazioni alla libertà e anche il Ciad può inserirsi in questa scia di paesi che vogliono cambiare i loro sistemi dalle fondamenta con nuovi leader capaci di raccogliere le speranze e le attese popolari.

Siamo un villaggio planetario in cui i popoli ormai non accettano più di vivere sotto tutela di chi li tiene in ostaggio. Intere generazioni di giovani non lo accettano più. E si avvalgono delle reti sociali per far circolare il loro impegno per il cambiamento. Abbiamo delle energie giovanili pazzesche da mettere in moto. C’è bisogno di un cambiamento radicale e se non ci sarà ci rimarrà l’unica rama della resistenza nonviolenta contro l’autoritarismo e l’ingiustizia per raggiungere risultati concreti.

Stiamo dando vita, insieme a tantissimi altri soggetti, a un movimento panafricano molto più ampio che possa davvero migliorare la vita dei nostri cittadini.

Nel suo programma per il paese cosa metterebbe tra le priorità?

Al primo posto la riforma della giustizia che deve essere la colonna vertebrale del cambiamento. È una lotta di dignità riportare a galla un sistema giudiziario indipendente da etnia, colore della pelle, religione, lingua. Una giustizia capace di intervenire in modo equo nelle dispute ataviche tra agricoltori e allevatori.

Un altro aspetto fondamentale è quello dell’educazione per investire sui giovani e sulla loro capacità di portare delle soluzioni ai problemi. Dobbiamo inventare un nuovo sistema educativo di qualità che miri a cambiare la società a partire dai suoi propri cittadini.

E ancora si stratta di costruire un sistema sanitario in grado di contrastare malattie (in particolare malaria e febbre tifoidea) che ci rendono vulnerabili e non produttivi come dovremmo. Oggi i potenti vanno a curarsi in Europa e la gente comune non ha cure a disposizione.

È necessario creare ricchezza e impiegarla anche a sostegno delle fasce più vulnerabili della popolazione: anziani, disabili, ammalati. Quando parlo di creare ricchezza mi riferisco a un sistema economico moderno, industrializzato, capace di trasformare le materie prime; mi riferisco a alla modernizzazione del settore agropastorale; mi riferisco a un accesso a Internet generalizzato.