Egitto / La fine del rais
Trent’anni al potere. Scalzato dalla piazza della Primavera araba. Arrestato, ma per poco tempo. Ha lasciato un paese sul lastrico e soprattutto ha preparato la strada per un regime militare, quello di al-Sisi, ancora più autoritario.

Sono stati dichiarati tre giorni di lutto nazionale per ricordare l’ex presidente egiziano, Hosni Mubarak, morto il 25 febbraio a 91 anni. L’uomo dello stato d’emergenza permanente nei suoi trent’anni al potere (1981-2011), il presidente del trattato di pace con Israele, Mubarak ha segnato, come nessun altro, la storia recente egiziana.

Una carriera militare nell’aviazione gli ha aperto le porte della vice-presidenza e della presidenza della Repubblica, quando ha dismesso gli abiti militari per indossare gli abiti civili e separare, solo apparentemente, potere politico e militare.

Mubarak è stato l’uomo dell’islamizzazione dall’alto, del «bastone e della carota» con l’islamismo politico dei Fratelli musulmani che, nonostante carcere e repressione, hanno ottenuto per la prima volta nella loro storia ben 88 seggi alle elezioni parlamentari del 2005, mentre le forze laiche di Kifaya! (Basta) chiedevano dalle strade del Cairo di evitare un suo sesto mandato presidenziale.

L’ex presidente egiziano preparava, invece, la successione in favore di uno dei suoi figli, Alaa e Gamal, non voluta neppure dalle alte gerarchie militari. E così il più grande successo dei movimenti sociali che hanno attraversato piazza Tahrir e l’Egitto sono state le sue dimissioni, lasciato solo anche dall’esercito, l’11 febbraio 2011 dopo 18 giorni di occupazione permanente della piazza. A quel punto è arrivata la demonizzazione dell’ex faraone, condannato all’ergastolo il 2 giugno 2012 per aver ordinato di sparare contro i manifestanti e corruzione. Le violenze della polizia tra gennaio e febbraio 2011 causarono circa mille vittime in Egitto.

Eppure nel gennaio 2013, quando era al potere il leader della Fratellanza musulmana, Mohammed Morsi, il primo presidente egiziano eletto democraticamente e morto in prigione in assenza di cure lo scorso anno, i giudici egiziani hanno deciso di cancellare il primo processo contro Mubarak. L’ex presidente egiziano è stato così solo brevemente in prigione, le gerarchie militari hanno sempre cercato di umanizzarlo rappresentandolo come in precarie condizioni di salute fino alla definitiva assoluzione e scarcerazione.

Insieme a lui i giudici egiziani hanno assolto anche i figli dalle accuse di corruzione, le ultime solo pochi giorni fa, assolvendo in via più generale quel sistema di corruzione e malversazione che coinvolgeva il partito nazional Democratico (Pnd) e settori del ministero dell’Interno e della polizia.

L’eredità lasciata da Mubarak è di un paese sul lastrico, che vive di aiuti finanziari internazionali, del sostegno di Stati Uniti e Arabia Saudita, completamente appiattito sulle posizioni israeliane nel conflitto israelo-palestinese: un regime militare quello di Abdel Fattah al-Sisi che è andato ben oltre il suo predecessore nella sovrapposizione tra interessi militari e politici celebrando Mubarak come un eroe e annullando ancora una volta la condanna unanime e inequivocabile che aveva subito dalla piazza.

Questo ha aperto la strada all’attuale regime militare egiziano ancora più crudele e repressivo verso ogni forma di repressione delle strategie di Mubarak che ha fatto fino all’ultimo del divide et impera il segreto della sua longevità politica.