REPUBBLICA CENTRAFRICANA, VOCI DA DENTRO – DOSSIER DICEMBRE 2019

Un lavoro invisibile in un ambiente opaco. Eppure padre Stefano Fazion non smette di stare accanto alle comunità cristiane. Seminando dialogo e responsabilità.

La conversazione con Stefano Fazion, missionario comboniano di 46 anni, da tredici anni in Centrafrica, inizia provando a sciogliere quella certa reticenza degli ambienti missionari a definire “musulmani” i ribelli Seleka e “cristiane” le milizie anti-balaka. «Gli anti-balaka in parte sono cristiani e i Seleka pure sono in parte musulmani (anche se poi chiedono il pizzo ai commercianti musulmani).

Noi diciamo: o sei anti-balaka o sei cristiano. In realtà la religione viene usata dai loro capi per creare identità. Non è un’effettiva appartenenza: mettono il cappello “cristiano” e “musulmano” per giustificare quello che fanno e per attirare la gente. La peggior cosa che hanno fatto i Seleka in Centrafrica è di creare il nemico, fomentando divisioni tra i musulmani e tra musulmani e cristiani».

Padre Stefano, originario di Valeggio sul Mincio (Verona), sacerdote dal 2000 e impegnato nella città di Grimari, diocesi di Bambari, nel centro del paese, prefettura di Ouaka, non ha dubbi sulla rilevanza della Chiesa cattolica. «L’azione del cardinale e arcivescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga, è stata cruciale, soprattutto all’inizio del conflitto, per impedire ulteriori massacri.

È in grado di dialogare con tutti. E ha un richiamo mediatico non da poco. È stato lui, inoltre, a gestire l’arrivo di papa Francesco nel novembre 2015». Non gli risulta che in Centrafrica si stia sviluppando una…

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Nella foto: Diocesi di Bambari, giovani di differenti comunità religiose manifestano per la pace. (Fondation Hirondelle)