Rapporto The Sentry
L’organizzazione fondata da George Clooney e John Prendergast svela le relazioni e fa nomi di aziende straniere, tycoon, reti di commercianti che, in combutta con il potere politico, hanno foraggiato il conflitto per anni, a spese del paese e della sua popolazione.

L’ultimo rapporto pubblicato, l’organizzazione The Sentry, specializzata nell’esame dei flussi finanziari e della corruzione che alimentano i conflitti, punta l’attenzione sulle entità internazionali che hanno contribuito al deragliamento del Sud Sudan e alla razzia delle sue risorse, collaborando in modi diversi con la leadership del paese.

Nel rapporto “The Taking of South Sudan” (La presa del Sud Sudan) presentato nei giorni scorsi a Londra, si afferma che la sua classe politica ha avuto come complici multinazionali, magnati, procacciatori d’affari e reti di commercianti che hanno contribuito in modo decisivo a supportare un conflitto che è costato centinaia di migliaia di morti, ha causato milioni di profughi e ha portato il paese molto vicino all’autodistruzione.

Nel documento si portano numerosi esempi e si fanno nomi e cognomi dei responsabili, che stanno soprattutto in Asia – Cina e Malesia in particolare -, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in altri paesi della regione.

Tutti hanno guadagnato miliardi di dollari da affari sporchi, ma alcuni hanno direttamente sostenuto il conflitto.

Il caso più eclatante fra questi ultimi è forse quello della Dar Petroleum Operating Company, un consorzio di multinazionali petrolifere di cui la China National Petroleum Corporation e la Petronas, la compagnia governativa della Malesia, controllano rispettivamente il 41% e il 40% delle azioni. Del consorzio fa parte anche la compagnia governativa sud sudanese Nilepet che ne controlla l’8%.

Il rapporto sostiene che il consorzio ha direttamente sostenuto il conflitto provvedendo supporto materiale a una milizia pro-governativa che ha commesso atrocità quali massacri di civili e incendi di villaggi. Tra i crimini commessi va segnalato in particolare l’attacco al campo per la protezione dei civili gestito dalla missione di pace UNMISS a Malakal, nel febbraio del 2016, dove ci furono decine di morti e centinaia di feriti.

Della Dar Petroleum si dice che ha anche stornato fondi che avrebbero dovuto essere usati per lo sviluppo comunitario per pagare veicoli militari e spese personali di ministri e generali, uno dei quali posto sotto embargo dall’Onu. Infine è sicuro che abbia contaminato con metalli pesanti le falde acquifere di una vasta regione, mettendo a grave rischio la salute di almeno 600mila persone e compromettendone attività economiche, agricoltura di sussistenza e allevamento brado.

Altri, in particolare una compagnia sudafricana, hanno stretto partnership fin dall’inizio della guerra civile con i servizi di sicurezza, accusati di numerosi crimini contro la popolazione civile, fornendo loro aerei ed elicotteri.

Ara Dolarian – un trafficante americano arrestato lo scorso maggio in California e accusato di vendita di armi militari al governo nigeriano, riciclaggio di denaro e cospirazione – nel 2018 ha tentato di vendere armi per un valore di 43 milioni di dollari a Paul Malong – anch’esso sottoposto a embargo dall’Onu – che stava organizzando una milizia antigovernativa che sta ora combattendo nel Bahr el Gazal.

Nelle 49 pagine del rapporto, corredato da 210 note esplicative, sono innumerevoli gli esempi di connivenze con tra politici, signori della guerra e stranieri senza scrupoli, volti alla razzia delle risorse del paese anche a prezzo di violazioni gravissime dei diritti umani e civili della popolazione.

Uno è particolarmente scandaloso. Nel 2016, nel pieno del conflitto, investitori cinesi formarono una compagnia con una delle figlie del presidente Salva Kiir, Winnie che aveva allora 19 anni, e acquistarono licenze minerarie e di costruzione in un’area della regione dell’Equatoria. Alcune settimane dopo l’esercito sud sudanese lanciò nella zona una campagna militare che ne sloggiò la popolazione residente.

Un cittadino britannico si mise invece in affari con un signore della guerra famoso per il reclutamento forzato di bambini soldato.

E poi ci sono gli appalti truccati e le spese gonfiate per gli acquisti dei diversi ministeri. Ne hanno beneficiato soprattutto commercianti dei paesi della regione. Il rapporto nomina in particolare gli eritrei. Di uno fa il nome, Ghebremeskel Tesfamariam Ghidey, che ha avuto ordini per decine di milioni di dollari senza che sia possibile capire se abbia poi fornito i beni per cui è stato pagato. Certo è che la sua ditta, registrata in Uganda, non avrebbe avuto le carte in regola per operare nel paese e non era conosciuta all’ufficio delle tasse fino al 2016.

Nel rapporto si trova una collezione di esempi di corruzione e arricchimento indebito vergognosi, che hanno potuto essere realizzati grazie all’impunità garantita dalla leadership del paese, corrotta, complice e beneficiaria del malaffare.

L’impunità generalizzata è indicata come la causa maggiore dei problemi del Sud Sudan. Problemi che non potranno essere risolti se a tutti i livelli, nazionali e internazionali, non si affronterà in modo serio la questione e i responsabili, a tutti i livelli, non saranno chiamati a rispondere dei loro crimini.

Nella foto ribelli leali all’ex vicepresidente Riek Machar a Lankien, 23 gennaio 2014. (Jerome Starkey via Flickr)