Guinea al voto
E’ un voto carico di speranza quello che attende i guineani il 27 giugno. Un voto percepito come l’occasione per cambiare le sorti del paese. Un voto annunciato come il primo libero e democratico dall’indipendenza dalla Francia, datata 1958. E che esclude dal potere, per la prima volta, i militari.

Domenica 4.297.686 elettori iscritti nel nuovo registro dei votanti saranno chiamati a scegliere tra i 24 candidati il successore del generale Sékouba Konaté, attuale presidente ad interim. In corsa, come promesso dai militari, ci sono 24 civili, tutti legati a schieramenti politici, tra cui anche una donna, Kaba Hadja Saran Daraba, ministro durante la presidenza del defunto Lansana Conté. Tra i favoriti c’è l’oppositore storico Alpha Condé, ma anche gli ex primi ministri Cellou Dalein Diallo, François Lonsény Fall, Lansana Kouyaté e Sidya Touré.

Il potere, nel frattempo, resta in mano al Consiglio nazionale di transizione, il parlamento provvisorio istituito il 9 febbraio scorso sotto la spinta della comunità internazionale dopo tentato assassinio, il 3 dicembre 2009, del capitano Mussa Dadis Camara, leader dei golpisti che presero il potere la mattina del 23 dicembre 2008, poche ore dopo la morte di un altro golpista, il generale Lansana Conte, alla guida della Guinea per 24 anni. Camara, che era già colpito da un mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja come mandante del massacro di oppositori del 28 settembre a Conakry, fu “fatto fuori”, secondo qualcuno, perché deciso a porre fine al traffico di droga e al potere dei narcos latinoamericani. Perché non gradito alla Francia secondo altri.

Il tentativo, riuscito, di mettere fuori gioco il capitano (ora in esilio in Burkina Faso), ha comunque avuto un effetto: consentire l’emersione della parte maggiormente incline a cedere il governo del paese, per la prima volta nella storia post-coloniale della Guinea, ai civili.
I segnali di un cambio di rotta ci sono e si sono moltiplicati nell’ultimo mese, così come si è moltiplicata l’attenzione rivolta a possibili nuovi tentativi destabilizzanti del processo innescato. A maggio è entrata in vigore una nuova Carta costituzionale, poi un nuovo codice elettorale, ma l’esecutivo si è concentrato anche molto sulla prevenzione di nuovi “disordini”. Per bloccare ogni tentativo di “infiltrazione” l’esercito è stato dispiegato nelle zone di confine ed è stata istituita una ‘Forza speciale per un processo elettorale sicuro’ (Fossepel), formata da militari, gendarmi e poliziotti, e guidata dal capo di stato maggiore delle forze armate Nouhou Thiam.

In questo senso potrebbe essere letto anche l’arresto, la scorsa settimana, dell’ex capo dell’esercito e di altri soldati di alto rango ritenuti vicini a Camara e rilasciati pochi giorni dopo.
Il popolo guineano adesso ci crede. Ci credono anche i 122.000 guineani della diaspora iscritti nelle liste elettorali e particolarmente corteggiati dai politici durante la campagna elettorale. Tutti vedono delinearsi la possibilità concreta di uscire da un lungo tunnel di dittature militari e affidano a queste elezioni le speranze di una maggior equità nella distribuzione dei proventi ricavati dall’estrazione di minerali di alluminio e bauxite di cui la Guinea è tra i primi produttori al mondo. E anche da quì arrivano segnali di svolta.

Nei mesi scorsi il governo aveva rotto il legame con la compagnia russa ‘Rusal’ chiedendo centinaia di milioni di euro di risarcimento per mancati pagamenti. Oggi arriva la notizia dell’accordo raggiunto per la concessione di due siti minerari alla società cinese ‘China Huway’ in cambio di grandi progetti di infrastrutture. Non solo strade, ma anche alloggi popolari e una centrale idroelettrica.