Lina Ben Mhenni
Dopo una lunga malattia affrontata con la stessa tenacia con la quale si batteva per i diritti del popolo e dei più deboli, si è spenta Lina Ben Mhenni, la “voce della rivolta tunisina”. Il suo impegno e quello di migliaia di altri attivisti e attiviste, ha portato la società civile a conquistare un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Ma il percorso democratico è ancora in costante evoluzione.

Coraggio. Con questa parola alcuni dei suoi amici hanno voluto ricordare Lina Ben Mhenni, 36 anni, venuta a mancare lo scorso 27 gennaio dopo una lunga malattia. Con “Guerriera” e “voce della rivolta tunisina”, molti altri attivisti hanno voluto omaggiare una donna che dall’infanzia non ha mai smesso di combattere.

Lina, figlia di Sadok Ben Mhenni, militante marxista in carcere ai tempi di Habib Bourghiba, è stata presente a tutte le manifestazioni, fino all’ultimo momento al fianco dei più deboli, nonostante i suoi gravi problemi renali. Tra le attiviste e blogger della prima ora, già presente alle proteste del dicembre del 2010 a Sidi Bouzid, dopo l’immolazione di Mohammed Bouazizi che ha dato il via alle primavere arabe, Lina ha fatto anche della malattia – un lupus che l’aveva costretta a un trapianto di rene – un motivo di lotta. L’attivista ha partecipato ai giochi mondiali dei trapiantati con la conquista della medaglia d’argento a Bangkok (2007) e in Australia (2009).

Lina in questi anni è diventata un simbolo per le richieste di giustizia sociale, libertà individuali, la difesa delle famiglie dei martiri della rivoluzione, contro la violenza della polizia, sapendo criticare, dopo la fine del regime di Zine El-Abidine Ben Ali (2011), sia gli uomini del vecchio regime, sia gli esponenti politici di Ennahda. Ha attraversato la transizione politica tunisina non fermandosi mai, continuando a scrivere in nome dei diritti degli emarginati per il suo blog “Una ragazza tunisina”.

Il sindacalista Chokri Belaid, assassinato nel 2013, la definiva “libera tra le donne libere della Tunisia”. Brillante docente di letteratura inglese, Lina è stata tra i nominati per il premio Nobel per la pace nel 2013. La cyberattivista raccontava delle sofferenze dovute alla sua malattia, denunciando negli ultimi tempi malasanità e discriminazioni per i più poveri, mentre proseguiva con le sue lotte, l’ultima delle quali riguardava la dignità della vita in carcere con l’apertura di biblioteche, cinema e teatri nelle prigioni tunisine. «Sono la militante di tutte le cause», si leggeva in uno dei suoi ultimi post.

Grazie al suo impegno e a quello di migliaia di altri attivisti, la Tunisia rappresenta oggi uno dei pochi risultati positivi delle proteste nordafricane del 2010-2011. La società civile tunisina, a nove anni dalle manifestazioni di piazza, ha un ruolo centrale nel dibattito pubblico del paese.

La nuova Costituzione ha fatto fare passi da gigante alle donne tunisine in tema di diritti e di lotta contro ogni forma di violenza. Non solo. I partiti politici, dagli islamisti di Ennahda, ai nazionalisti di Nidaa Tounès, fino ai socialisti e agli indipendenti, hanno saputo costruire un discorso politico meno polarizzato e più aperto al dialogo e alla formazione di coalizioni. Lo ha dimostrato la straordinaria mobilitazione in occasione delle elezioni presidenziali dello scorso autunno che ha portato al potere il giurista indipendente e conservatore Kaïs Saïed.

Nel paese, però, tanto c’è ancora da fare in tema di diritti, a partire dall’uguaglianza tra uomini e donne in tema di eredità, e per la difesa delle minoranze. Solo pochi giorni fa, proprio il presidente di Shams, una delle principali ong per la difesa dei diritti LGBT in Tunisia, l’avvocato e candidato alle presidenziali Mounir Baatour, è stato accusato di “incitamento all’odio” per alcuni sui post.

Eppure la Tunisia vive uno scenario ben diverso rispetto alla repressione che attraversa il vicino Egitto, dove solo poche settimane fa, nonostante le attese generate dalle proteste in piazza Tahrir nel 2011, è morto, dopo anni in prigione, l’ultimo di una lunga serie di attivisti, Mustafa Kassem.

Nella foto: un gruppo donne trasporta il feretro di Lina Ben Mhenni (foto piccola) avvolto nella bandiera tunisina verso il grande cimitero musulmano di Jellaz, a Tunisi.