Forum pace e sicurezza di Dakar
Lo scorso 9 e 10 ottobre la capitale del Senegal ha ospitato il Forum della pace e della sicurezza a cui hanno partecipato esponenti di governo e istituzioni internazionali. Tema centrale: la cooperazione fra le nazioni africane nella lotta al terrorismo nel continente. Francia e Usa sempre presenti.

Il continente africano unito contro il terrorismo. Queste sono state le parole d’ordine della seconda edizione del “Forum della pace e della sicurezza”, che si è tenuto il 9 e 10 ottobre a Dakar. Nonostante l’unico capo di stato presente fosse il presidente senegalese Macky Sall, che ha presieduto il Forum, l’evento è stato salutato come un successo: vi hanno partecipato in circa 1000 tra esponenti di governo e di istituzioni internazionali. A rappresentare l’Occidente, inevitabilmente, la Francia e gli Stati Uniti: la prima più che mai attiva nel promuovere la propria difesa e quella della “sua” Africa, i secondi a mostrarsi ancora una volta come i paladini della lotta internazionale al terrorismo.

Cooperazione africana
«Il terrorismo prospera dove c’è esclusione sociale. La lotta da condurre non è solo a livello militare, che rappresenta l’aspetto più debole. Bisogna lavorare per dare più prospettive ai nostri giovani, ridurre le disuguaglianze, promuovere politiche d’integrazione e creare lavoro. Dobbiamo avere il coraggio di combattere e non accettare altra forma di Islam che non sia quello tollerante che noi conosciamo», ha dichiarato Macky Sall, prima di partire per Malta dove stava per iniziare il Summit Ue-Africa sulle migrazioni.
La lotta al terrorismo, quindi, deve passare attraverso quella contro l’ignoranza e la povertà, piaghe sociali basilari per l’infiltrazione dell’Islam più radicale anche in società che tradizionalmente lo rifiutano, come quella senegalese. Macky Sall ha così insistito sulla formazione teologica degli imam e delle elite per sostenerli in questa battaglia. Il Forum si svolge infatti in un momento in cui anche il Senegal, paese noto per il clima di pace e stabilità, si è dovuto confrontare con la minaccia terroristica: proprio alla settimana precedente all’evento risalgono infatti gli arresti di alcuni imam per apologia al terrorismo e per sospetti legami con terroristi.
La lotta al terrore costituisce un’enorme sfida in Africa. La capacità dell’estremismo di amplificarsi e generare conflitti transazionali, la debolezza degli Stati, la vastità e porosità delle loro frontiere e le modalità di attacco non convenzionali utilizzate dai terroristi rendono le risposte dei governi africani difficili da mettere in pratica. E alcuni dei paesi già colpiti, come Mali e Nigeria, hanno approfittato del Forum per rilanciare l’appello alla cooperazione, soprattutto sul piano dell’informazione e della formazione delle forze militari di difesa.

Francia e Usa in prima fila
Secondo il ministro della Difesa francese Yves Le Drian, presente al Forum, è proprio l’efficacia degli eserciti che gli stati africani dovrebbero potenziare. La proposta è sembrata quasi voler giustificare la notizia di un recente acquisto del Senegal di due aerei da caccia alla Francia, che si è tenuto a far apparire non come una corsa agli armamenti ma come un rafforzamento del settore della sicurezza. Quello stesso apparato securitario Parigi sta minuziosamente costruendo in Africa attraverso la formazione e il sostegno agli eserciti locali e la promozione di forme intercomunitarie di difesa (come le Forze multinazionali miste, composte secondo Radio France Internationale da 8700 soldati del Niger, Nigeria, Camerun, Benin e Ciad, che si stanno preparando per combattere contro Boko haram in Nigeria) o per mezzo di interventi diretti come quello in Mali nel 2013.
Dal canto suo, la diplomazia americana ha riaffermato al Forum l’impegno a collaborare con i governi africani. Elissa Slotkin, vice segretario alla difesa per gli Affari della Sicurezza, ha affermato che gli Usa hanno capito di non poter agire soli e che la lotta al terrorismo non si vince solo militarmente, ma anche appoggiando la società civile dei paesi coinvolti. Il sottosegretario dell’Onu, Herve de Ladsous, non ha potuto che sottoscrivere dato che nove su sedici operazioni di pace dell’Onu sono impiantate in Africa, sul cui territorio sono dispiegati infatti l’80% dei Caschi blu.  

No al burqa
A sollevare un polverone in Senegal invece è stata l’affermazione di Macky Sall sul burqa. «Il velo integrale non corrisponde né alla nostra cultura, né alle nostre tradizioni, ancor meno alla nostra concezione dell’Islam». La dichiarazione è suonata nel paese come il preavviso di un imminente divieto del burqa, comunque indossato da un’esigua minoranza di donne, come provvedimento di sicurezza in seguito agli accadimenti in Nigeria, Camerun e Ciad: qui, infatti, uomini e donne kamikaze si sono fatti saltare in aria dopo aver nascosto l’esplosivo proprio sotto questa veste.
La questione ha scatenato subito una serie di reazioni discordanti nella società civile e nella comunità religiosa islamica senegalese: se alcuni esponenti religiosi ricordano che il velo integrale non è previsto dal Corano e risulta dunque una scelta puramente personale, altri difendono la libertà individuale dei fedeli, l’appartenenza del burqa ai precetti islamici e il principio secondo cui il terrorismo debba essere combattuto attraverso la concertazione con i capi religiosi e non attraverso divieti.

Nella foto dei soldati nigeriani in un esercitazione congiunta con l’esercito statunitense. (Fonte: Afp / Pius Utami Ekpei)