La porta si è chiusa sulla vita di Idir, a Parigi sabato 2 maggio, a causa di una malattia polmonare. La vita e la porta sono del più celebre e più intenso cantante kabilo (berbero) dell’Algeria. Il suo successo era iniziato nel 1973 quasi per caso, invocando “aprimi la porta mio piccolo papà” (A vava inou va).

La canzone, scritta dallo stesso Idir, doveva essere interpretata alla radio algerina da una cantante kabila già affermata, Noura. Idir l’aveva sostituita all’ultimo momento perché indisposta. Da allora la canzone invade letteralmente il paese e oltre, non solo in ambito berberofono. A vava inou va è una semplice ninna nanna, ma la sua musica, la sua melodia, scatenano un’emozione, una nostalgia unita alla fierezza che non si arresteranno più.

Idir, nome d’arte di Hamid Cheriet, era nato a Aït Lahcène, un villaggio della Kabilia profonda e più tradizionale, nel 1949. Come ha più volte testimoniato, la sua ispirazione è venuta dalla madre che mentre si occupava della casa cantava melodie ritmando i gesti della quotidianità, come sbattere il latte per preparare il burro, con il latte cagliato alla base dell’alimentazione tradizionale. Alla madre, e a tutte le donne, non solo kabile, non solo algerine, ha in seguito dedicato una delle sue canzoni più struggenti Ssendu, il recipiente, appunto, per ottenere il burro.

Da questa poesia quotidiana ha tratto ispirazione e in questa poesia, nei suoi ritmi e nelle sue parole, si sono riconosciuti milioni di kabili e di berberi, che pur avendo lottato da protagonisti per la liberazione dell’Algeria, si erano ritrovati all’indomani dell’indipendenza (1962) senza una voce, senza una identità riconosciuta.

Idir è stato in primo luogo il testimone del bisogno di esprimere questa identità e lo ha fatto reinterpretando in chiave moderna, anche dal punto di vista degli strumenti, un patrimonio culturale molto vasto, che comprendeva oltre alla musica, l’uso della parola.

Da questo punto di vista Idir può essere affiancato ad un altro gigante della cultura berbera, Mouloud Mammeri, che con la parola dei suoi romanzi e delle raccolte della tradizione orale, ha rappresentato e tradotto l’altro aspetto della cultura berbera. Senza Idir e Mammeri non si sarebbe prodotto quello straordinario evento della “primavera berbera” di quarant’anni fa, iniziato il 20 aprile 1980, per il riconoscimento della lingua e della cultura berbera.

Era stato il primo movimento di protesta popolare dopo l’indipendenza dell’Algeria, e non a caso è stato spesso evocato nel corso della protesta nonviolenta dell’Hirak (il “movimento”) che ha attraversato il paese dallo scorso anno.

Ma Idir, al contrario di altri cantanti kabili, come Ferhat Mehenni, che ha fondato un movimento per l’autodeterminazione della Kabilia, non si è mai impegnato su un terreno propriamente politico. Anche la sua carriera è stata molto particolare. Va detto in primo luogo che aveva un carattere estremamente discreto e riservato. Anche quando è diventato famoso ha volutamente disertato lo star system.

La scelta di vivere in Francia, a partire dalla fine degli anni ’70, è legata al bisogno di libertà che quegli anni di dittatura dell’Algeria “socialista” non gli garantivano, ma che ritrovava nei caffè frequentati dalla diaspora kabila, allora come oggi, numerosa a Parigi. Così, per una decina d’anni, negli anni ’80, Idir sospende qualsiasi produzione, che riprende solo nel 1991, e la sua edizione discografica rimane assai ridotta, una decina di compilazioni, l’ultima nel 2017.

La ripresa delle sue esibizioni e della sua attività di compositore coincide anche con l’apertura a nuove contaminazioni, a collaborazioni con artisti algerini, anche arabofoni, e internazionali, senza tradire l’ispirazione originaria che ha rivendicato fino alla fine. Era tornato ad Algeri una sola volta per un concerto il 4 gennaio 2018, in occasione del nuovo anno berbero.