EDITORIALE – APRILE 2019
Editoriale

Ritorna in strada l’Algeria. E contrappone il corpo vivo e urlante dei suoi giovani a quello immobile e muto del suo presidente. Chiamato il “quadro”. Perché Abdelaziz Bouteflika dal 2013, dal giorno dell’ictus che lo ha colpito, è solo un’immagine. Mai una parola alla sua gente. Solo il paravento di un potere costituito da una cricca di parenti, militari, burocrati, imprenditori arricchitisi grazie ai proventi degli idrocarburi.

Per 20 anni il regime ha costruito il suo potere sulla corruzione generalizzata assicurata da un clan di oligarchi e da un bilancio militare tra i più imponenti di tutta l’Africa. Oggi, però, le condizioni economiche del paese appaiono strutturalmente critiche. E anche gli introiti che permettevano politiche di sussidio si fanno più esigui.

Tuttavia, le ragioni delle mobilitazioni di piazza non sono solo socio-economiche. Anzi. Sono prevalentemente politiche. Un paese dove un quarto della popolazione ha meno di 20 anni vuole sfuggire all’infanticidio. E non si accontenta di un ricambio di potere gattopardesco. Lo vuole radicale. Per questo i manifestanti hanno continuato a scendere nelle strade, in modo pacifico, anche dopo l’annuncio di Bouteflika di non ricandidarsi per il 5° mandato e di spostare le elezioni presidenziali.

Ritengono che sia solo un modo per il regime di dilatare i tempi arrogandosi il diritto di gestire la fase di transizione. Che sarà complessa. Le stesse opposizioni non hanno figure credibili da proporre come alternative al potere attuale. Il sindacato Ugta è da sempre compromesso col regime. Molti attendono anche la reazione dei berberi della Kabilia, vittime da anni di una politica repressiva di Algeri.

Ma il vero ago della bilancia sarà l’esercito, da sempre garante della stabilità. Qualcuno evoca lo spettro dell’Egitto: rivolta, rinascita degli islamisti e infine il successo dei militari. Ma l’Algeria ha già passato nel 1992 con lo scioglimento del Fronte islamico di salvezza, quello che sta accadendo in Egitto.

È evidente, tuttavia, che le rivolte algerine potranno avere dei riverberi regionali. Tunisi teme un effetto contagio. E Rabat si preoccupa sia per eventuali migrazioni di massa sia per possibili blocchi nella rifornitura del gas. Lo stesso timore dell’Europa: il 12% del fabbisogno europeo è garantito dal gas algerino (il 36% per l’Italia). La Russia, poi, non vuole perdere il terzo acquirente dei sistemi d’arma. Mentre gli Usa si preoccupano dell’eventuale vuoto nella strategia della lotta al terrorismo nella regione.

La turbolenza algerina spaventa, quindi, le diplomazie di mezzo mondo. Una crisi sistemica la cui soluzione non appare affatto semplice.

Fronte islamico di salvezza
Alle elezioni comunali e provinciali del 1990 il Fronte islamico di salvezza (FIS) si impose sui candidati del Fronte di liberazione nazionale (FNL). Nel 1992, quando fu chiaro che il FIS avrebbe avuto la maggioranza in Parlamento, un gruppo di funzionari civili e di militari costrinse il presidente Chadli Bendjedid alle dimissioni. Annullate le elezioni, fu dichiarato lo stato di emergenza, sospesa la Costituzione, sciolto il FIS e affidata l’autorità di governo a un Alto consiglio di stato. I fondamentalisti islamici risposero compiendo numerosi atti terroristici. Nel 1999 Abdelaziz Bouteflika, sostenuto dall’esercito, dai partiti di governo e dall’ex sindacato unico, fu eletto presidente. Da quel momento avviò trattative con il FIS, che condussero a un progetto di legge volto a concedere un’amnistia ai membri dei gruppi islamici armati. La legge di “concordia nazionale” fu approvata dal Parlamento nel luglio 1999.

Foto: EPA