EDITORIALE – GIUGNO 2019

L’abbiamo vista, era donna. A Khartoum, in questi mesi di proteste di piazza, è stata lei l’immagine della libertà e del cambiamento. Lei che si staglia, ritta nel suo toob bianco, il braccio che incoraggia la folla, lo sguardo che cerca l’intesa di chi l’ascolta, la fotografa, segue il suo parlare incalzante. Agli orecchi, un dettaglio che ai sudanesi non è sfuggito: dei pendenti che chiaramente ricordano le Candàci, le regine sudanesi dei tempi faraonici.

Infatti, la rivoluzione che ha scalzato al-Bashir pochi mesi prima che completasse il trentennio dalla sua ascesa al potere (30 giugno 1989), l’hanno fatta per gran parte loro, le donne. Sulla spianata davanti al quartier generale dell’esercito e nei flash mob sbocciati ovunque era difficile contare i manifestanti, ma nessuno può negare che le donne erano la maggioranza dei manifestanti. Giovani studentesse, ma anche professioniste e madri di famiglia. L’8 marzo, giornata internazionale della donna, è stato ribattezzato giornata delle Candàci. Quel giorno la piazza è appartenuta solo a loro.

Un protagonismo che smentisce il luogo comune che nel mondo arabo o musulmano le donne siano passive, se non addirittura sottomesse, e che non abbiano alcun peso nella vita politica. Una presenza così esplicita e ancorata nella storia (le regine Candàci) ha un impatto su tutti i sudanesi. In un paese dove vige la legge islamica da 36 anni e dove la Fratellanza mussulmana ha promosso con orgoglio una campagna di arabizzazione della popolazione (con tutto quello che questo ha comportato in regioni come il Darfur e i Monti Nuba), l’affermazione delle radici africane, antecedenti l’arrivo dell’islam, è una vera e propria sterzata del discorso sociale.

Uno degli slogan più scanditi nei giorni della rivoluzione è stato Ana Afriqi, ana sudani (Io sono africano, io sono sudanese). Vale un patrimonio perché la nuova generazione di studenti e di professionisti non vuole più indossare obbligatoriamente una identità importata da fuori.

I manifestanti di Khartoum sono, innanzitutto, i testimoni della questione identità che si è fatta ormai stantia, ignorata dal potere per decenni. In un paese fatto di minoranze e dove le diversità culturali e linguistiche sembrano non aver diritto di cittadinanza, il regime che ha rifiutato la pluralità e voluto l’omologazione è arrivato al capolinea.

Vedremo se nelle delicate negoziazioni fra esercito e civili per la formazione del governo di transizione le donne avranno lo stesso peso che hanno avuto in piazza. Di certo, le donne sudanesi non staranno a guardare.

Nella foto la sudanese Alaa Sala mentre parla alla folla di manifestanti a Khartoum, un immagine diventata il simbolo della protesta nonviolenta della popolazione.

 

Pluralità
I gruppi etnici più numerosi sono: arabi (circa 70%), baggara, fur, nuba, fallata. Le lingue maggiormente in uso: arabo e inglese (ufficiali); nubiano, ta bedawie, fur. Religioni di riferimento: musulmani sunniti (96%), cattolici (3%, per lo più sudsudanesi emigrati), altri cristiani (1%). Abitanti: 37.346.000 (luglio 2017) in un territorio di 1.861.484 km².