Algeria Politica e Società
Algeria. Analisi post elezioni con Samir Benlarbi
Leader Hirak: “Molti di noi temono la sconfitta. Ma non sarà così”
Per Benlarbi, figura storica del movimento algerino, la bassa affluenza alle urne (77% è rimasto a casa) delegittima il presidente e il parlamento. «Ma dopo due anni di proteste «gli hirakisti devono trovare un altro modo di resistenza pacifica». A suo avviso serve un esecutivo ampio. «Se a guidarlo saranno i soliti noti dello stesso clan, perderemo per sempre la fiducia della gente».
19 Giugno 2021
Articolo di Gianni Ballarini
Tempo di lettura 5 minuti
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Samir Benlarbi, 46 anni, uno dei leader del movimento algerino Hirak ha una lettura chiara di quel che è accaduto il 12 giugno, con le elezioni legislative anticipate nel suo paese. «La maggior parte della popolazione non crede più alle promesse del presidente e del suo governo. Per questo oltre 3 elettori su 4 se ne sono rimasti a casa».

Ma, allo stesso tempo, ammette che una parte consistente di chi si mobilita con Hirak «comincia a non vedere il giorno dopo. Molti dicono: abbiamo perso. Dopo due anni di proteste e di manifestazioni in strada, abbiamo perso la partita. Non vedono la differenza tra Bouteflika e l’attuale presidente Abdelmadjid Tebboune, malgrado il primo fosse un uomo politico vero con una visione e un progetto, mentre il secondo è semplicemente un burocrate. La disillusione è tanta. I partiti della storica alleanza sono tornati in parlamento. I militari continuano a governare. Le tante speranze suscitate da Hirak e dalla sua rivoluzione pacifica sono state rubate. Ma per me ed altri non è così. La partita non è ancora persa».

Samir Benlarbi

Una riflessione che Benlarbi approfondirà in seguito.

Ma andiamo con ordine. I risultati, sebbene ancora provvisori, del voto del 12 giugno esprimono un presidente uscito sconfitto e un’Assemblea nazionale a mosaico.

Il dato più clamoroso è quello dell’affluenza, mai così bassa nella storia democratica dell’Algeria: il 23,03%. Meno ancora del risultato del 1° novembre 2020 in occasione del referendum per la conferma della riforma costituzionale (23,7%). Astensionismo invocato, in entrambi i casi, dai militanti di Hirak. «Ma sono convinto che l’affluenza sia stata ancora più bassa alle legislative», la certezza di Benlarbi

E che cosa glielo fa pensare?

Alle 16 era intorno al 14,77%. Non è possibile che in 4 ore si siano recati alle urne 2 milioni di algerini. Il dato è taroccato. Per me la percentuale di affluenza si aggira sul 15%. Ma prendiamo per buono il 23,03%: significa che il 77% della popolazione boccia per la seconda volta il progetto del presidente, malgrado l’enorme macchina di propaganda messa in atto dal sistema, con il tentativo, nelle ultime tre settimane, di zittire e fermare Hirak. Abbiamo un presidente totalmente delegittimato che si è perfino permesso di affermare una cosa gravissima.

Quale?

Il giorno del voto è uscito dal seggio e ha dichiarato che non gli interessava se l’affluenza si confermasse bassa. Ha praticamente avvalorato l’idea che per il sistema algerino voto e parlamento contano pochissimo. Il pericolo concreto, ora, è che si allarghi sempre di più la già ampia forbice tra il sistema e il popolo. La fiducia è in picchiata.

Oltre al deficit di legittimità, la nuova Assemblea si troverà di fronte il problema di costituire una maggioranza, non avendo la nuova camera bassa un colore politico omogeneo. C’è di tutto: dalla corrente cosiddetta “nazionalista” a quella degli “islamisti”, compresi ovviamente gli indipendenti che non formano anche loro un blocco unito. Chi confidava, tuttavia nello sgretolarsi dello storico Fronte di liberazione nazionale (Fln) è rimasto deluso. Ha perso una cinquantina di seggi, ma con 105 parlamentari resta il primo partito

Per noi l’Fln non è più un partito indipendente. È uno strumento dello stato, non è libero nella sua politica interna. Alle elezioni presidenziali del 12 dicembre 2019 non aveva accettato di sostenere Tebboune, scegliendo di votare un altro candidato. Ora Il presidente si trova in una situazione molto critica: non ha il suo partito, non ha un’alleanza presidenziale che lo sostiene e ha contro 3 partiti dell’ex sistema Bouteflika. Il caos.

La sorpresa è rappresentata dagli “indipendenti” che hanno conquistato 78 seggi.

Indipendenti per modo di dire. La maggior parte di loro sono figure politiche che militavano nei partiti storici e tradizionali, che avevano stretto alleanze con Bouteflika. Sono ex membri del Fln e del Raggruppamento nazionale democratico (Rnd), poi usciti per creare queste liste indipendenti. Ma dopo un giorno, molti di loro hanno già chiesto di tornare nei loro partiti di origine.

E il Movimento della società per la pace? Partito islamista in crescita, arrivato terzo?

L’Msp è un partito moderato, ha un progetto di società, ed è assai vicino ai Fratelli musulmani d’Egitto. In un voto libero e trasparente avrebbe avuto molti più seggi di adesso, perché gli islamici algerini sono maggioranza nel paese. Oggi, con gli altri partiti islamici presenti in Assemblea, ha circa il 25% dei seggi. Troppo poco per influire.

Si sono già resi disponibili ad andare al governo.

Sarà un governo del presidente. Se l’Msp vi parteciperà sarà un’ammucchiata con una maggioranza che non susciterà alcun entusiasmo nella popolazione. Non ci sono segnali di cambiamento.

Resta il grande capitolo dei militari. Si racconta che non si muove foglia in Algeria se non c’è il consenso dei generali.

Fino a quando sono al potere non ci sarà vera democrazia, con un governo guidato da “civili” autonomi. Il sistema non cambierà.

In questa situazione che spazio ha un movimento come Hirak?

L’ultimo è stato il 122° venerdì dall’inizio della protesta e il quinto di stop delle manifestazioni per ragioni elettorali, diciamo così. Gli hirakisti stanno cercando di trovare un altro modo di resistenza pacifica.

Fino a quando? Fino alla caduta del sistema?

Noi non diciamo che il sistema deve cadere, perché c’è il pericolo di evocare la guerra civile. Ma abbiamo sempre fatto appello a un cambiamento interno, con la possibilità di dare alla popolazione gli strumenti democratici di un voto vero, trasparente.

Lei, anche tra gli hirakisti, è tra i meno sfiduciati. Che cosa le infonde ottimismo?

Il cambiamento non si farà in un anno o in due. Dovremo giocare molte partite. E allo stesso tempo dobbiamo trovare altre soluzioni, alternative alle attuali, per riuscire a confrontarci con questo sistema. Anche l’altro giorno ho lanciato un appello affinché il nuovo governo sia aperto anche a chi ha perso o boicottato il voto. Un esecutivo ampio che possa riscuotere un po’ di consenso tra la popolazione. Perché se a guidarlo saranno i soliti noti dello stesso clan, perderemo per sempre la fiducia della gente.

 

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