Algeria / Improvvisa scomparsa del generale
Dalla deposizione di Bouteflika, è stato lui, il capo delle forze armate, ad apparire in pubblico dettando tempi e modi della lunga crisi istituzionale algerina che, apparentemente, si è conclusa con l’elezione di Tebboune. Con la sua morte, il “clan” che ha gestito il paese è costretto a cambiare i suoi equilibri interni.

Il generale Ahmed Gaïd Salah, comandante delle forze armate e «uomo forte» dell’Algeria, è deceduto improvvisamente questa mattina, 23 dicembre, per una crisi cardiaca. Avrebbe compiuto 80 anni il prossimo 13 gennaio. Il decesso sopravviene a meno di una settimana dall’entrata in carica di Abdelmadjid Tebboune, eletto presidente del paese il 12 dicembre con un voto contestato da parte del movimento di protesta popolare nonviolenta, Hirak. Lo stesso Tebboune, che è anche ministro della difesa, ha immediatamente provveduto a sostituirlo col generale Gaïd Chengriha.

Ci si interroga, naturalmente, sulle conseguenze della scomparsa di quello che è stato presentato come l’«uomo forte» del paese. In effetti, è stato proiettato in primo piano sulla scena politica quando ha dapprima appoggiato il quinto mandato dell’allora presidente Abdelaziz Bouteflika poi, davanti all’esplosione della protesta, quando lo ha costretto a rinunciare alla candidatura e a dimettersi anticipatamente in aprile. Da allora è stato lui ad apparire in pubblico dettando tempi e modi della lunga crisi istituzionale che, apparentemente, si è conclusa con l’elezione di Tebboune.

In tutti questi mesi si è visto il generale percorrere settimanalmente il paese, come ad assicurarsi dell’unità delle forze armate nel momento di maggiore difficoltà per l’Algeria dai tempi della lotta al terrorismo islamico, negli anni ’90. In occasione di queste visite il generale pronunciava un discorso, ripreso dalle tv e dai quotidiani, in cui dava la lettura della crisi in corso e della strada per superarla. Lo si è visto così schierarsi a favore delle proteste, nel momento dell’offensiva, prima politica  poi giudiziaria, nei confronti del “clan” che ha circondato in questi anni il presidente Bouteflika ormai, anche  visibilmente, non più in grado di governare a seguito di un ictus. A partire dall’estate, quando è apparso che il movimento di protesta, l’Hirak, non avrebbe rinunciato alla sua richiesta di azzerare il “sistema” di potere, ha iniziato un’implacabile offensiva contro il movimento, cancellandolo dai media ufficiali, imponendo la scadenza del voto al 12 dicembre e procedendo alla repressione, “soft” ma non meno decisa, accompagnata dalle calunnie all’Hirak  fino ad allora esaltato.

Il monotono, che non lascia trasparire alcuna emozione, dei discorsi rigorosamente letti su fogli di carta, un dosaggio studiato delle parole, facevano però trasparire che dietro al comandante delle forze armate ci fosse in realtà un blocco, difficile capire quanto unito, di militari di altissimo rango. Sono gli stessi militari che, prima ancora della proiezione in primo piano di Gaïd Salah, fanno parte del “sistema” che, insieme ad altri “poteri” (leader dei partiti di governo, manager delle imprese statali, alta burocrazia e imprenditori privati) governa da sempre il paese.

Insomma Gaïd Salah, avrebbe parlato e agito per conto delle forze armate, secondo una logica gerarchica che nasconde quell’intreccio di interessi e di conflitti che i militari, meglio di altre componenti del “sistema”, sanno nascondere. La nomenclatura del potere da oggi cambia necessariamente, non la sua logica consolidata da anni, tanto più che l’uscita di scena di Gaïd Salah sembrava ineluttabile, vista l’età e la sua forte compromissione con l’era Bouteflika, a cui doveva la sua nomina.