La maledizione delle risorse in Africa è generalmente associata al possesso di giacimenti di petrolio, gas, diamanti e oro. Troppe volte, però, ci si dimentica che una di queste materie prime, non meno preziosa delle altre dal più elevato valore di mercato, è l’acqua. Il Lesotho è un piccolo paese montuoso all’interno del territorio sudafricano, con circa 30mila km² di estensione e una popolazione di un paio di milioni di abitanti, con capitale Maseru. È una delle poche monarchie africane. Ma, differentemente dal vicino e-Swatini, è di tipo costituzionale, con un primo ministro con poteri esecutivi.

Il suo territorio montagnoso garantisce a questo piccolo paese una disponibilità di acqua significativa, che tuttavia non impedisce la presenza sempre più frequente di periodi di estrema siccità, come è accaduto nel 2007. In quel caso, fu dichiarato lo stato di emergenza, che permise l’intervento degli aiuti internazionali umanitari per le popolazioni colpite.

Questa situazione, però, non ha dissuaso il governo locale dalle sue priorità, più legate alla vendita di acqua al potente vicino sudafricano che a limitare i disagi che i mutamenti climatici e la pessima gestione della risorsa idrica disponibile stanno causando alle comunità locali. Si è così programmato il Lesotho Highlands Water Project, dopo un trattato bilaterale fra il governo di Pretoria e quello di Maseru, firmato nel 1986, per la costruzione di una serie di dighe che, in trent’anni, avrebbero dovuto garantire un approvvigionamento idrico sufficiente e stabile per la regione del Gauteng.

Il Gauteng è la più piccola regione del Sudafrica, ma la più popolosa (circa 15 milioni di abitanti), con la principale città, Johannesburg, e la capitale, Pretoria, oltre ad altri centri di media dimensione, tutti ad alta densità demografica. Il Gauteng non ha risorse idriche proprie, cosicché l’unico modo per garatirsele è farle venire dal Lesotho.

Detto fatto. Nel 1996 il primo lotto di dighe è stato avviato, mentre poche settimane fa il consorzio che gestisce l’operazione – il South Africa’s Trans-Caledon Tunnel Authority (TCTA) – è riuscito a racimolare un miliardo di dollari per dare il via (e concludere rapidamente) la seconda fase, delle cinque previste. Oltre a nuove dighe, sarà costruito un tunnel lungo 38 chilometri, che congiungerà la riserva idrica di Polihali con quella sudafricana di Katse, da cui poi l’acqua sarà inviata verso le due principali città del Gauteng.

Vite a rischio

Come Amnesty International ha da tempo sottolineato, la diga di Polihali metterà a repentaglio le vite di circa 8mila persone di etnia maloti nel distretto di Mokhotlong. Intere famiglie saranno spostate in altre zone del distretto, senza che sia stata fatta una consulta comunitaria degna di questo nome, e soprattutto senza una indennizzazione giusta.

Il governo del Lesotho – mediante la sua controllata, la Lesotho Highlands Development Authority – ha deciso di offrire un compenso di poco più di un dollaro al metro quadro alle famiglie che forzatamente dovranno lasciare le loro abitazioni e, con esse, una vita sociale antica di generazioni, terre su cui hanno sempre vissuto, andando a creare enorme problemi anche di disponibilità idrica e di tipo alimentare, visto che buona parte dei nutrienti di queste comunità deriva dalla pesca, assai compromessa con la fase 2 del progetto Polihali.

Nonostante gli appelli di Amnesti International e l’azione di avvocati locali in difesa delle comunità colpite, l’azione di costruzione va avanti.

Così, l’ipotetico progetto “win-win” che, da un lato garantisce il compiersi della democrazia sudafricana, facendo giungere acqua a popolazioni dei ghetti di Johannesburg che, al tempo dell’apartheid ne erano completamente escluse, e dall’altro risorse finanziarie per l’elite politica del Lesotho, vede un perdente chiaramente identificato: le popolazioni maloti, le cui esistenze, individuali e collettive, non potranno che peggiorare, con buona pace di una siccità sempre più incombente.

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