Burkina Faso / Politica
Martedì il Consiglio dei ministri del Burkina Faso ha adottato un disegno il legge che prevedrebbe, se approvato dal parlamento, un referendum costituzionale in grado di spianare la strada a un nuovo mandato da presidente al Capo di Stato, Blaise Compaoré. Centrale nel progetto di riforma la revisione dell’articolo 37 che limita a due i mandati consecutivi. Ecco un articolo tratto dal nostro ultimo numero che disegna il quadro della faccenda.

Blaise Compaoré, 63 anni, due settennati e due quinquenni al timer. Si ripresenterà o no per un altro mandato presidenziale? Al potere dal colpo di stato che ha spento la più luminosa esperienza di cambiamento dell’Africa postcoloniale, quella del presidente Thomas Sankara, suo compagno d’armi, il 15 ottobre 1987, Compaoré sembra trovarci gusto a rimanere al comando di un paese che con lui può vantare una delle maggiori stabilità di regime. E si diverte a giocare – protetto com’è dalla Francia e dalle potenze occidentali ? anche il ruolo di mediatore ufficiale nelle “crisi” della regione; l’ultima, quella del Mali. E questo nonostante un rapporto dell’Onu (2004) che lo indicava come organizzatore di traffici con l’Unita di Savimbi, che alimentava la guerra civile in Angola, come ha poi fatto con Charles Taylor nella guerra civile in Liberia e Sierra Leone e nel più recente conflitto in Costa d’Avorio.

In Burkina, da mesi, è di moda il numero 37. Un M37, ispirato all’M23 senegalese (movimento sorto il 23 giugno 2011, in opposizione alla candidatura di Abdoulaye Wade), è nato all’inizio dello scorso anno con l’obiettivo di opporsi a ogni costo a qualsiasi modifica dell’articolo della Costituzione più conosciuto dai burkinabè, il 37 appunto. Che recita: «Il presidente del Faso è eletto per 5 anni a suffragio universale diretto» ed è «rieleggibile una sola volta».

Proibito al capo di stato, quindi, sollecitare un terzo mandato. Ma Compaoré è già al suo quarto mandato, senza tener conto dei 4 anni della “rettifica” (transizione?) che erano seguiti alla morte di Sankara, durante i quali aveva governato senza passare per le urne. Eletto nel 1991, rieletto nel 1998, 2005 e 2010, dato che il limite del numero di mandati è intervenuto nel 2000, senza retroattività. Se la Costituzione rimane quella che è, Compaoré non potrà ripresentarsi nel novembre 2015. Ma un paese non può essere governato per 27 anni dallo stesso uomo senza che la sua successione porti con sé la sua parte di fantasmi. Sono rari quelli che in Burkina credono che lascerà il palazzo di Kossyam, residenza presidenziale, tra un anno.

Ancora prima delle elezioni del 2010, il Congresso per la democrazia e il progresso (Cdp), partito del presidente, si era pronunciato contro la limitazione del numero dei mandati presidenziali, giudicandola “antidemocratica”. Nel frattempo, però, sono successe tante cose. A cominciare dal Consiglio consultativo sulle riforme politiche (Ccrp), che il presidente aveva convocato nel 2011 per riflettere su eventuali riforme politiche e costituzionali. Boicottato da una parte dell’opposizione, il Ccrp aveva affrontato il problema della creazione del senato, ma non si era pronunciato sulla modifica dell’articolo 37. Certo, Compaoré era stato rieletto senza problemi il 21 novembre 2010 (80% dei suffragi), e il suo partito resta largamente maggioritario con 70 deputati sui 127 dell’assemblea. Ma durante il primo semestre 2011, il presidente aveva dovuto affrontare un’ondata di ammutinamenti e una contestazione sociale senza precedenti, obbligandolo a mettere ordine nell’esercito, a nominare un nuovo primo ministro e a fare concessioni ai sindacati. Il regime di Compaoré stava fortemente vacillando.

Le vie della modifica. Per modificare la Costituzione due le vie possibili: il referendum e la strada parlamentare. Quest’ultima esige il voto dei due terzi dei parlamentari, cosa che il Cdp non ha. Rimane quindi il referendum. Ma l’opposizione e una gran parte delle organizzazioni della società civile non ne vogliono sapere. Gli studenti e i sindacati inoltre, poco favorevoli al capo di stato, rappresentano forze importanti a Ouagadougou. Nel frattempo, la pace sociale si sta deteriorando: lo testimoniano le manifestazioni e i meeting che si succedono per denunciare un possibile referendum.

La Chiesa cattolica, per bocca dell’arcivescovo di Ouagadougou, Philippe Ouédraogo, creato cardinale da papa Francesco nel concistoro del febbraio scorso, si è già espressa contro la revisione dell’articolo 37. La Chiesa, in particolare, ha stigmatizzato l’idea del presidente di istituire il senato (visti i suoi costi) come contropartita per garantirsi la possibilità di cambiare la Costituzione ed essere rieletto: «In un contesto di grande povertà e bisogni essenziali non garantiti quali salute, educazione, lavoro, casa, cibo, che valore aggiunto fornisce il senato?», hanno scritto i vescovi in una dura lettera dell’estate 2013, in cui denunciavano una “crisi di valori” che porta all’avanzata della povertà e della corruzione nel paese.

I sostenitori del referendum per cambiare la Costituzione si fanno forti dei cattivi esempi dei paesi vicini: non intendono permettere che le cose in Burkina finiscano come in Centrafrica, Libia, Costa d’Avorio…E ora hanno una ragione in più: al vertice Usa-Africa d’inizio agosto a Washington, non si è giunti a imporre ai paesi africani il rispetto dei limiti dei mandati presidenziali. Quindi…

Doveroso riconoscere che un referendum potrebbe anche essere vinto dal presidente. Perché i partiti di opposizione hanno trascorso più tempo a manifestare che a mobilitare i militanti affinché si iscrivano nelle liste elettorali, che si sono chiuse il 30 giugno scorso.

Disillusi. I rischi che il paese sia preda di una disillusione politica sono assai concreti. Sabato 23 agosto, a Ouagadougou, si è tenuta un’ennesima manifestazione, ma questa volta imponente, contro la tenuta del referendum. Gli organizzatori hanno parlato di 100mila persone riunite dietro i loro leader politici, Zéphirin Diabré dell’Unione per il progresso e il cambiamento (Upc) e Roch Marc Christian Kaboré,  ex presidente dell’assemblea nazionale ed ex n° 1 del Cdp, da cui è uscito per fondare il Movimento del popolo per il progresso (Mpp). La folla ha gridato slogan come: “Via da Kossyam”; “Basta con la dittatura di Compaoré”; “In Burkina non c’è bisogno di un uomo forte”. Una marea umana aveva già sfilato per le strade della capitale , sempre per le stesse ragioni, il 18 gennaio.

Tuttavia, gli appoggi a Compaoré sono ancora tanti e diversificati: dal patronato ai capi tradizionali, ai tanti che temono il rischio del caos.

Quanto bisognerà attendere ancora perché il presidente riveli le sue vere intenzioni? Già ora, però, ci si può chiedere quali contraccolpi dovrà soffrire il paese in caso di successo o fallimento di un eventuale referendum. Forse un compromesso che porti a un governo di transizione o di unione nazionale, senza regolamento di conti tra le parti, potrebbe essere la soluzione migliore per il Burkina, “il paese degli uomini integri”.

 

Articolo tratto dall’ultimo numero di Nigrizia di ottobre 2014