Sul campo continuano gli scontri, le vittime sono soprattutto civili
Addis Abeba si ritira dalla Somalia, come previsto dall’accordo di Gibuti tra governo somalo e opposizione islamista moderata. Ora a difendere la popolazione dagli scontri tra le parti resta solo il contingente striminzito dell’Amisom. E gli Stati Uniti si propongono per una seconda “Restore hope”.

Le truppe etiopiche che per due anni hanno sostenuto il governo transitorio somalo chiuderanno oggi le loro principali basi e lasceranno la capitale Mogadiscio, dove da mesi sono in atto duri scontri contro le milizie islamiste.
Per i loro metodi violenti le truppe di Addis Abeba sono state fortemente contestate dalla popolazione e dalla società civile somale, tanto che in alcune occasioni lo stesso governo di transizione ha dovuto prendere le distanze dal loro comportamento. Il ritiro delle truppe è uno dei principali punti previsti dall’accordo di Gibuti, firmato dal governo di Mogadiscio e dalla corrente moderata dei ribelli islamismi, che si riunisce nell’Alleanza per riliberazione della Somalia. Sull’accordo raggiunto nell’estate scorsa e ratificato il 27 novembre, si basa il fragile processo di pace, che ha trovato detrattori sia tra l’opposizione islamista che tra i componenti delle istituzioni. Le tensioni ci sono state soprattutto tra il premier e il presidente, ed hanno portato alle dimissioni del capo di stato Abdullahi Yusuf.

Intanto sul campo i combattimenti continuano: anche ieri combattimenti tra militari e guerriglieri hanno causato la morte di 11 persone, quasi tutti civili, e 16 feriti. In totale fino ad oggi il trentennale conflitto in Somalia ha causato più di 16.000 morti tra i civili e un milione di sfollati.
E la situazione è destinata a peggiorare: con la ritirata totale degli etiopici, la Somalia resta praticamente indifesa: l’Amisom, la missione Onu di stanza nel paese conta solo 2600 militari, circa un terzo di quelli autorizzati dalla risoluzione del 2007.

Gli Stati Uniti stanno facendo circolare in questi giorni al Palazzo di vetro una bozza di risoluzione per il dispiegamento di una forza di pace Onu in Somalia, che sostituisca l’attuale missione dell’Unione africana. La risoluzione prevede un rinnovo di sei mesi dell’Amisom, e sollecita i paesi africani ad aumentare il contingente presente nel paese, per arrivare agli 8.000 previsti. Quindi chiede al Consiglio di istituire un’operazione di peacekeeping Onu per sostituire quella presente, e ne propone infine l’attuazione entro il 1 giugno 2009.

Ma la bozza si scontra con quanto affermato dallo stesso Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, che in una lettera inviata il mese scorso al Consiglio di Sicurezza, aveva chiaramente affermato che in Somalia “i tempi non sono ancora maturi per un’operazione di pace Onu”, sollecitando quindi gli Stati membri a garantire all’Amisom sostegno finanziario e logistico, e alle forze di sicurezza somale addestramento, equipaggiamento e tutti i rinforzi utili.

La volontà di ripristinare la pace e la lotta all’estremismo islamico sono le motivazioni ufficiali che spingono all’azione gli Stati Uniti, che hanno guidato una precedente e fallimentare missione Onu in Somalia, la Restore Hope (alla quale ha partecipato anche l’Italia), tra il dicembre 92 e il maggio 93, grazie alla quale hanno potuto testare nuove tecniche militare, usando il territorio somalo come un campo di addestramento.

Sulla linea di Ban Ki Moon sembra essere anche l’inviato speciale dell’Onu per la Somalia, Ahmedou Ould-Abdallah, il quale oggi ha dichiarato che con il ritiro delle truppe etiopiche, il compito di ristabilire la pace spetterà soprattutto ai somali, in particolare a chi afferma di aver imbracciato le armi solo per combattere contro i militari di Addis Abeba.

Ould-Abdallah ha inoltre auspicato la rapida elezione del nuovo presidente di transizione. Il Parlamento somalo, dopo aver raddoppiato i propri membri con deputati per lo più dell’opposizione moderata islamista, dovrebbe nominare il nuovo capo di stato entro il prossimo 29 gennaio. Rimane ancora esterno ad ogni istituzione il braccio militare delle ex corti islamiche, Al Shabaab, che nei giorni scorsi si è scontrato nella regione centrale di Galgadud, con l’ala moderata, alleata con il governo di transizione.

 

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