È guerra civile
L’organizzazione attacca il Consiglio di sicurezza Onu e l’Unione africana. E chiede azioni concrete tra cui l’embargo immediato sulla fornitura di armi al regime. Presa diposizione anche della Tavola della Pace. Intanto i profughi eritrei e etiopici in Libia sono tra due fuochi.

Al decimo giorno, la rivolta popolare contro il regime di Gheddafi assume sempre più i contorni della guerra civile. Attraverso alcuni siti Internet, dei testimoni affermano che le milizie del Colonnello hanno attaccato questa mattina la città di Zawia, ad ovest di Tripoli, utilizzando anche armi pesanti. Ci sarebbero numerose vittime.

Secondo il New York Times migliaia di mercenari e brigate speciali di polizia, guidate dai figli di Gheddafi, starebbero arrivando a Tripoli. Probabilmente per fronteggiare la prima manifestazione di piazza nella capitale, che il popolo anti regime sta preparando per domani.

A causa della situazione sempre più grave all’aeroporto di Tripoli, Alitalia ha sospeso i voli di linea sulla capitale. Per ora altre compagnie aeree continuano a viaggiare.

In questo contesto, la comunità internazionale è allarmata, ma non sufficientemente reattiva. Così la pensa Amnesty International, secondo cui la risposta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riunitosi martedì, «è stata vergognosamente al di sotto di quanto necessario per fermare la spirale di violenza in Libia». Amnesty chiede azioni concrete: «Sospendere da subito la Libia dal Consiglio Onu dei diritti umani. Questo organismo dovrebbe immediatamente inviare una missione d’inchiesta nel paese e formulare raccomandazioni su come porre fine alle violazioni dei diritti umani e sull’eventuale deferimento della materia alla Corte penale internazionale; poi serve un embargo immediato sulle armi e il congelamento degli assetti patrimoniali».

Amnesty International ha anche criticato l’Unione africana, che non ha convocato il suo Consiglio per la pace e la sicurezza per discutere della crisi dei diritti umani in Libia. E ha chiesto all’Ua di assicurare che i suoi stati membri, specialmente quelli confinanti con la Libia, non si rendano complici delle violazioni dei diritti umani in quel paese e, in particolare, monitorino possibili voli sospetti verso la Libia. L’organizzazione ha infine sollecitato la Lega araba, che ieri ha escluso la Libia dalle sue riunioni, di onorare i suoi impegni pubblici, istituendo tra l’altro un comitato indipendente d’inchiesta arabo sulla crisi in Libia.

Presa di posizione anche dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), il quale sostiene che vanno tenute aperte le frontiere per chi fugge dalla Libia, come stanno facendo Tunisia ed Egitto.

E nel conflitto libico c’è chi diventa doppiamente perseguitato: i profughi eritrei ed etiopici. L’agenzia di stampa Habeshia, diretta da don Mussie Zerai, informa che «questa notte ci sono stati irruzioni dentro le case abitate dai profughi eritrei ed etiopi, aggressioni e arresti inspiegabili di 16 profughi. Non sappiamo dove sono stati portati, ne chi sono costoro che hanno compiuto gli arresti perché erano in abiti civili ma con le armi in pugno».

 

Secondo Habeshia, «c’è un clima di caccia allo straniero africano, che gli insorti identificano come mercenario, mentre le milizie del regime lo considerano a fianco dei rivoltosi. Dunque si trovano in mezzo a due fuochi. Chiediamo a tutti i paesi europei di non lasciare nulla di intentato per evacuare tutti i profughi africani perseguitati».

 

Sulle vicende del Nord Africa, va sottolineato l’appello lanciato dalla Tavola della Pace e sottoscritto da numerose realtà della società civile italiana, perché l’Italia e l’Europa sostengano i cambiamneti in atto.

 

Sulla situazione in Libia, nostra intervista (in audio, a cura della redazione di Afriradio.it) ad Angelo del Boca, storico del colonialismo italiano.