(Credit: peacefulchange.org)

Prendere un volo per Tripoli Mitiga vuole dire non essere mai certo di quel che ti aspetta. Più volte negli scorsi anni l’aeroporto è stato al centro dei combattimenti che hanno avuto per epicentro la capitale libica.

È capitato che qualche colpo finisse sulla fusoliera degli aerei a terra, come pure che dentro all’aereostazione si consumasse qualche regolamento di conti, senza preoccuparsi troppo dell’incolumità dei viaggiatori. Nei momenti peggiori del conflitto civile, lo scalo è stato bombardato e a tratti chiuso, dirottando il traffico aereo sul vicino aeroporto di Misurata.

Questa volta, la guerra in Libia è in una fase di basso e atterrare a Mitiga sembra non presentare particolari difficoltà. Appena entrati nella sala arrivi si nota un termoscanner per la misurazione della temperatura corporea dei passeggeri e un check point dedicato al controllo della negatività dei test molecolari Covid-19 dei passeggeri in entrata.

Non lo sapevo ancora, al momento del mio atterraggio, ma di lì a fine giornata, l’8 luglio, il governo libico avrebbe dato ordine di sospendere sine die i voli con la Tunisia e, conseguentemente, chiudere il confine terrestre con il vicino paese.

Mitiga riserva sempre qualche sorpresa e, d’altra parte, proprio quando la compagnia aerea tunisina, la prima straniera, aveva deciso di riprendere i suoi voli commerciali verso la Libia, è stata la pandemia ad aggiungere un nuovo elemento di difficoltà in un quadro già avvelenato da anni di conflitto.

A patire dall’inizio di luglio i casi di coronavirus accertati in Libia, in particolare nella regione della Tripolitania, sono andati aumentando rapidamente. In un paese dove chiunque è costretto a recarsi all’estero per avere un’adeguata assistenza sanitaria di fronte a patologie al di là di quelle comuni e di facile soluzione, la risposta delle autorità libiche è sempre stata, fin dall’inizio della pandemia, di puntare sulla prevenzione e limitazione della circolazione del virus.

Si spiega allora così la repentina chiusura del confine con la Tunisia da dove è ragionevole pesare siano transitati la maggior parte dei contagi attraverso il flusso sempre molto elevato di libici che si recano nel paese vicino per ogni esigenza, dal lavoro alla salute, alla famiglia.

In Tunisia la curva epidemica è andata fuori controllo a partire dalla primavera scorsa, innescando una crisi sanitaria ed economica che si è trasformata in una crisi politica ed istituzionale fino alla decisione del presidente della Repubblica, Kais Saied, di sospendere il parlamento e sciogliere il governo tunisino nella notte tra il 25 e 26 luglio.

Nelle settimane successive, le autorità libiche hanno proclamato una serie di misure intese a limitare il contatto sociale, in modo simile a quanto anche noi in Italia siamo da tempo abituati: Tripoli, Zawia e Misurata sono finite in zona rossa con conseguente chiusura di moschee, scuole, bar e ristoranti, nonché coprifuoco notturno.

Le mascherine, di vario tipo, sono diventate anche in Libia un accessorio della nuova quotidianità. Tuttavia, la situazione è andata rapidamente aggravandosi in un paese dove la risposta delle istituzioni e del sistema sanitario sconta gli anni di guerra e la conflittualità interna.

Ad oggi, il parlamento non ha ancora approvato la legge di bilancio per il 2021 (una nuova sessione plenaria è prevista per oggi, 2 agosto, ndr), con ovvie ripercussioni sulle risposte alla pandemia: il personale medico non riceve salario da 7 mesi e la capacità di spesa delle istituzioni sanitarie è fortemente limitata.

Nel mese di luglio sono stati oltre 180 mila i nuovi contagi accertati, per la maggior parte in Tripolitania, mentre la campagna vaccinale si è fermata alla prima dose che ha raggiunto circa 600 mila persone su una popolazione di circa 5 milioni e mezzo. In questa situazione gli ospedali e i centri di quarantena si sono rapidamente riempiti.

Tra le tante sfide che pone la pandemia, vi è quella della riposta politica e istituzionale alle necessità sanitarie. La questione della fragilità delle istituzioni statali in Libia che ha caratterizzato tutto il corso della guerra civile, rischia di compromettere le già scarse capacità di far fronte alle necessità sanitarie.

Ad oggi, il Centro nazionale per il controllo delle malattie infettive ha evidenti difficoltà nel riuscire ad accedere ai dati dei contagi raccolti dai diversi presidi sanitari e per quel che concerne l’opera di screening, non aiuta certo il fatto di aver dovuto abbandonare la nuova sede operativa a causa dei recenti combattimenti.

La difficoltà nel poter contare su dati certi relativi ai contagi, come per altro quelli, più in generale, dei bisogni sanitari della popolazione libica, è probabilmente uno dei maggiori problemi dal punto di vista della gestione del sistema sanitario, non solo rispetto alla pandemia.

Il primo effetto del peggioramento della crisi sanitaria è stato quello di contribuire notevolmente a una maggiore chiusura del paese. Ad oggi da Mitiga si vola verso il Sudan, l’Egitto e la Turchia, ma la chiusura dei collegamenti con la Tunisia rappresenta senza dubbio la chiusura del principale canale di scambio con l’esterno.

Non solo circa 2 mila libici si sono ritrovati bloccati in Tunisia, ma l’intero Sud della Tunisia, che letteralmente vive del commercio irregolare con la Libia, rischia di scontare i maggiori effetti negativi della chiusura.

In secondo luogo, l’emergenza sanitaria sta colpendo una serie di piccoli e medi esercizi commerciali che già hanno dovuto scontare gli alti e bassi legati agli anni di guerra. In terzo luogo, come già rammentato, la pandemia rischia di sovraccaricare istituzioni che sono già in affanno e in definitiva inadeguate a gestire il sistema sanitario del paese.

Una nota positiva, al contrario, è sicuramente la risposta delle persone, dei libici e delle libiche, che forse proprio perché sanno che l’accesso alle cure può essere molto difficile, se non proprio impossibile in Libia, stanno facendo molto per prevenire il contagio a partire dai comportanti individuali.

Tuttavia, la prevenzione non può essere l’unica risposta alla pandemia. Anche dalla capacità di gestire questa sfida si valuterà la tenuta della tregua militare e la capacità di svolgere una politica davvero di unità nazionale da parte del nuovo governo di Abdul Hamid Dbeibah, allocando sia risorse che dispiegando politiche su tutto il territorio libico, senza privilegiare alcuni centri, regioni o gruppi.

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