Il premier libico Abdul Hamid Dbeibeh

Si è chiusa il 23 giugno la Conferenza di Berlino sulla nuova Libia del governo di transizione di Abdul Hamid Dbeibeh (o Dbeibah), in carica dal 15 marzo scorso. Dai tempi della prima Conferenza di Berlino, un anno fa, le cose in Libia sono andate migliorando rapidamente.

L’offensiva del generale Khalifa Haftar è stata fermata nell’inverno scorso dalle forze di Misurata, grazie all’aiuto sostanziale della Turchia. Tripoli si è salvata e non è finita, come Bengasi, per essere distrutta dalla furia dei combattimenti. Haftar si è ritirato verso Sud, posizionando la linea del fronte appena a Nord di Sirte.

Il nuovo governo di Dbeideh è nato, oltre che su un compromesso politico, soprattutto su un dato militare evidente: dopo quasi otto anni di guerra, nessuno dei due principali fronti contrapposti, guidati da Misurata e da Haftar, è riuscito a prevalere sull’altro e per sfinimento si è arrivati a una tregua che, però, non è ancora una vera e propria pace.

Il governo Dbeideh ha il compito di trasformare questa tregua in una pace duratura e lanciare la ricostruzione del paese, traghettandolo alle elezioni politiche previste per il 24 dicembre 2021.

Per raggiungere questi obiettivi, la soluzione proposta ha molto a che vedere con l’economia, a partire dallo stesso Dbeideh che è uno dei principali imprenditori del paese e uno degli uomini più ricchi della Libia. L’idea di fondo è di fare affari invece della guerra e di rilanciare il paese trovando un accordo sullo sfruttamento della rendita petrolifera: invece di usare il denaro ricavato dalla vendita del petrolio e del gas per finanziare combattenti libici e stranieri, meglio usarlo per ricostruire il paese spartendosi le risorse.

Il vero nodo politico è dunque quello della spartizione delle risorse, a dispetto della retorica, tutta incentrata sul governo unitario e su una Libia unita.

Fin dall’indipendenza, nel 1951, il binomio tra unità politica e decentramento amministrativo ha rappresentato uno dei principali nodi per la nuova dirigenza libica. La soluzione della Libia federale finì per riprodurre, negli anni Sessanta, una classe dirigente fortemente localizzata che godeva di un consenso su base regionale più che nazionale.

La rivoluzione di Gheddafi cercò di risolvere la questione smontando lo Stato-nazione piuttosto che cercando di riformarlo, con il risultato che lo Stato delle masse, la Jamahiriyya, finì per essere gestito in maniera molto personalistica e attraverso reti clientelari ben consolidate. Subito dopo la caduta del regime di Gheddafi, già nel 2012, la discussione sulla nuova Costituzione libica si arenò, tra gli altri, sullo scoglio del decentramento amministrativo.

Tutte le elezioni che si sono tenute in Libia dal 2012 hanno rivelato una progressiva tendenza alla frammentazione politica, con la crescita esponenziale dei candidati individuali e la progressiva riduzione dei candidati legati a liste partitiche.  

L’atto finale di Berlino pone al centro della transizione libica le elezioni del dicembre 2021 in un’ottica di unità nazionale, tuttavia, il rischio molto concreto è che le elezioni acuiscano la frammentazione politica piuttosto che risolverla, specie se prevarranno le candidature individuali su quelle partitiche.

Non sarebbe certo il primo caso di una transizione alla democrazia che, attraverso la pratica democratica delle elezioni, non consegue risultati democratici sostanziali e si limita appunto a sancire una democratizzazione formale, derivante dalla pratica elettorale.

Preoccupa il fatto che l’atto finale di Berlino tocchi i vari punti critici dell’agenda libica (rilancio dell’economia, smobilitazione delle milizie, partecipazione democratica, donne comprese, migrazioni, ingerenze di forze e truppe esterne – su cui la Turchia ha peraltro posto una riserva), ma non consideri un punto chiave e decisivo, ossia che nel contesto libico l’unità statuale deve passare evidentemente per un processo di decentramento politico e amministrativo strettamente collegato a quel necessario accordo politico per la ripartizione delle risorse economiche e politiche.

 

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