Il cessate il fuoco che doveva scattare questa mattina in Libia non ci sarà. La proposta lanciata sabato scorso al Cairo dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi alla presenza del suo protetto, il generale Khalifa Haftar che l’ha subito accettata, è stata respinta dal suo rivale Fayez al-Sarraj a capo del governo di unità nazionale di Tripoli e internazionalmente riconosciuto.

Appena una settimana fa la missione dell’Onu in Libia (Unsmil) aveva annunciato che i due rivali avevano dato il loro accordo per negoziare un cessate il fuoco. Ieri, oltre al capo del governo anche il presidente dell’Alto consiglio di stato di Tripoli, Khalid al-Mishri ha respinto con forza qualsiasi tipo di negoziato col generale Haftar e denunciato l’ingerenza dell’Egitto.

È dall’inizio dell’anno, con la conferenza di Berlino del 19 gennaio, che gli annunci di una tregua si susseguono senza effetto alcuno sul terreno, dove invece lo scontro prosegue.

Le truppe di al-Sarraj – col supporto dei mercenari siriani mandati in Libia dalla Turchia e con la copertura area offerta dai droni turchi di nuova generazione – hanno potuto negli ultimi giorni evacuare i capisaldi detenuti da Haftar attorno a Tripoli. Decisiva la presa di Tarhuna, a sudest della capitale, il 5 giugno scorso. Si accingono ora a dare l’assalto finale a Sirte, la città natale di Gheddafi che apre la strada verso la Cirenaica, la regione orientale della Libia controllata da Haftar.

Mentre quest’ultimo era ancora al Cairo, al-Sarraj tornava da Ankara. Il suo rifiuto del cessate il fuoco significa che il presidente turco Recep Erdogan gli ha assicurato un appoggio incondizionato per respingere definitivamente Haftar nei suoi confini, da dove si era mosso il 4 aprile dello scorso anno per dare l’assalto a Tripoli.

È difficile però immaginare che al-Sarraj possa andare oltre, fino alla cancellazione del suo rivale, che pure si augura di poter realizzare. Questo metterebbe Ankara, che appoggia al-Sarraj, e Mosca, che sostiene Haftar, davanti ad uno scontro per interposte truppe, dal momento che anche la Russia ha mandato mercenari siriani in Libia, oltre a quelli della sua società privata Wagner.

E la Siria è un po’ la chiave per interpretare le intenzioni delle due potenze. Russia e Turchia si sono infatti già trovate su fronti opposti in Siria, ma alla fine sono giunte ad un accordo che garantisce i loro interessi principali. Mosca con Haftar rafforza la presenza nel Mediterraneo, Ankara a Tripoli consolida definitivamente la sua proiezione nel Mediterraneo, soprattutto per lo sfruttamento del gas.

Nel novembre dello scorso anno Turchia e la Libia di al-Sarraj hanno firmato un accordo sulla delimitazione delle acque delle rispettive piattaforme continentali nel Mediterraneo, con una breve frontiera comune che spalanca la possibilità di un gasdotto tra Libia e Turchia.

Ma il petrolio potrebbe anche facilitare l’accordo tra le due potenze. La compagnia petrolifera libica NOC ha appena annunciato la ripresa della produzione del giacimento di El-Sharara, nel deserto del Fezzan, nel sud del paese, ritornato sotto il controllo di al-Sarraj. Una settimana fa aveva calcolato che il blocco del campo petrolifero da parte di una milizia, costava 1,7 miliardi di dollari.

In totale, le perdite nelle zone controllate da Haftar dal gennaio di quest’anno ammontano a 5 miliardi di dollari. Se l’attenzione verso la Libia ruota attorno al petrolio, diventa chiaro che tutte le parti, interne ed esterne, Italia compresa, hanno interesse ad una rapida ripresa della produzione petrolifera.

Il cessate il fuoco, condizione per una tale ripresa, rimane tuttavia una chimera, almeno nell’immediato. Oggi, l’unico ad averne l’interesse è il generale Haftar che vede il suo peso contrattuale crollare con le ultime sconfitte.

Il gioco è tornato al punto di partenza dell’aprile 2019 quando, alla vigilia di una conferenza nazionale organizzata dall’Onu e che avrebbe sancito un sostanziale equilibrio tra le parti, Haftar rovesciò il tavolo per iniziare l’avventura militare che avrebbe dovuto consentirgli di prendere il controllo di tutto il paese. L’Onu, nel frattempo, non può far altro che stare a guardare.

Mentre l’embargo sulle armi alla Libia è palesemente violato da tutte le parti, la sua capacità di mediazione è condizionata dall’impossibilità di trovare all’interno del Consiglio di sicurezza un accordo per nominare un nuovo rappresentante speciale. L’ultimo, il sesto della serie, il libanese Ghassan Salamé, si era dimesso all’inizio di marzo di fronte non solo alla rivalità tra le parti ma anche alle ingerenze straniere.