Libia

Le milizie di Fayez al-Serraj hanno denunciato stamane che il generale della Cirenaica Khalifa Haftar avrebbe ripreso, nella serata di ieri, l’offensiva a sud della capitale riconosciuta dall’Onu, Tripoli.

I combattenti del Governo di accordo nazionale dichiarano di aver risposto al fuoco per respingere un attacco su almeno tre fronti.

Non sembra dunque aver dato i risultati sperati, sul terreno, il tentativo di mediazione della Russia, il 12 gennaio, né tantomeno quello, recentissimo, della Conferenza di Berlino. In entrambi i casi, infatti, i due contendenti non si sono incontrati e non hanno sottoscritto alcun accordo.

Ieri in Germania, gli altri partecipanti, sotto l’egida delle Nazioni Unite, avevano raggiunto un accordo di massima, consistente in un cessate il fuoco permanente, embargo sulla vendita di armi, nessuna ingerenza o sostegno militare da parte di paesi stranieri e avvio di un tavolo politico. Un accordo che sembra vuoto di contenuti, vista l’“assenza” dei due belligeranti e la mancanza di strumenti per farlo valere.

A preoccupare l’Europa, e in particolare l’Italia, è la chiusura, a partire da sabato, dei terminal petroliferi del golfo della Sirte, di quelli meridionali di El Sharara e di El Feel – collegati al porto di Al-Zawiya, a ovest di Tripoli -, dopo che le milizie di Haftar hanno bloccato gli oleodotti collegati ai pozzi. Secondo l’agenzia Dire, il blocco coinvolgerebbe sia il terminale di Mellitah, gestito da una società controllata alla pari dall’italiana ENI e dalla Compagnia petrolifera nazionale libica (NOC), sia pozzi dove operano in joint venture la francese Total e la spagnola Repsol.

Già sabato la NOC aveva dichiarato lo stato di «forza maggiore», avvertendo che la produzione «può crollare da 1,2 milioni a 72 mila a barili» al giorno. (Redazione)