Munizioni usate, al termine di una battaglia a Misurata, il 21 agosto 2019 (Foto: rferl.org)

La Libia non conosce tregua e, spenti i riflettori della diplomazia internazionale, la guerra continua. Il 18 marzo scorso le forze del generale Khalifa Haftar hanno sferrato un nuovo attacco contro Tripoli, bombardando la periferia sud della città, soprattutto la zona di Ain Zara, nel tentativo di isolare la capitale libica dal suo retroterra occidentale.

Per il momento l’esercito di Fayez al-Serraj è riuscito a fermare l’avanzata e a riconquistare le posizioni perdute. La tregua cui si erano impegnati i due schieramenti in campo il 12 gennaio è un lontano ricordo e il cessate il fuoco invocato dalla Conferenza di Berlino di due mesi fa è per il momento irrealizzabile.

Allarme Covid-19, appelli inascoltati

Neppure il coronavirus sembra imporlo. Prima le ambasciate straniere, tra cui l’Italia, poi le Nazioni Unite, hanno fatto appello per una reale tregua per ragioni umanitarie a causa del  coronavirus che nella situazione attuale del paese potrebbe facilmente diffondersi in maniera incontrollata. Dalla scorsa settimana si sono segnalati i primi casi sospetti. Il governo di al-Serraj lunedì ha ordinato la chiusura di tutte le frontiere terrestri, marittime e aeree, la sospensione di ogni attività collettiva, dalle scuole ai matrimoni, dalla preghiera nelle moschee ai caffè e all’attività sportiva.

Misure analoghe sono state prese anche dalle autorità di Bengasi nei territori sotto il loro controllo. Ma, a questo proposito, il governo di Tripoli denuncia l’attività dell’aeroporto di Bengasi, controllato Haftar, e l’arrivo di aerei dalla Siria che porterebbero mercenari provenienti da zone contaminate dal virus.

Esecuzioni sommarie

Intanto, un comunicato della Missione dell’Onu in Libia (Unsmil), a distanza di un anno dall’ultimo monitoraggio, denuncia il fenomeno crescente dei rapimenti e delle sparizioni forzate, iniziati nell’aprile scorso con l’offensiva delle forze di Haftar contro Tripoli e il governo di al-Serraj. Sono molte centinaia le persone, e talvolta intere famiglie, vittime dei gruppi armati e delle loro violenze che comprendono torture, assassini e deportazioni.

La denuncia dell’Onu si concentra su alcuni fatti in particolare, a cominciare dall’attività della 7a Brigata al-Kanyat, milizia che fa parte dell’Esercito nzionale libico (Enl) di Haftar. Nel settembre scorso ha sferrato un attacco contro la città di Tarhuna (a una settantina di km a est di Tripoli), al culmine dello scontro tra i due schieramenti, di cui la località fu protagonista. Le vittime sono state singoli cittadini, dipendenti pubblici, combattenti e attivisti della società civile.

Le Nazioni Unite hanno potuto verificare che durante l’attacco alla prigione di Tarhuna ci sono state anche esecuzioni sommarie. Violazioni simili sono state compiute nella stessa località da un altro gruppo armato, la Brigata  Nawasi, e dalla Forza speciale di deterrenza (Fsd), addette alla sicurezza del primo ministro al-Serraj e che godono di ampia autonomia d’azione.

Sparizioni forzate

Sono stati verificati casi di scomparse forzate. Il 12 giugno scorso il sindaco di Qasser Bin Ghasheir, è stato rapito nel suo ufficio dopo che si era rifiutato di lasciare la sua carica ad una persona imposta dalla 7a Brigata. Un mese più tardi un membro della Camera dei rappresentanti è stato portato via dalla sua casa a Bengasi da uomini armati. L’Enl ha rapito in un quartiere di Bengasi un avvocato che aveva postato sui social un video di critica all’esercito. L’uomo è stato poi portato nella prigione militare di al-Kuweifya.

Tra le vittime dei rapimenti anche manager d’impresa. All’inizio di marzo a Tripoli è stato rapito il direttore generale dell’Afrqiyah Airlines dalla Fsd. Rilasciato dopo tre giorni, è stato nuovamente prelevato dallo stesso gruppo. Nello stesso periodo l’Enl ha arrestato, presso la sua abitazione, il direttore dell’ospedale al-Harish di Derna. Un ingegnere del Great Man Made River – il faraonico progetto lanciato d Gheddafi per portare l’acqua nel deserto – è stato rapito da un gruppo armato, presumibilmente l’Unità antiterrorismo, mentre si trovava al lavoro nella località di Brak al-Shati. Di tutte queste persone, ad oggi, non si conosce la sorte.

L’Onu chiede un’inchiesta

Nel suo rapporto la missione dell’Onu ricorda che la tortura, le scomparse forzate e le esecuzioni extragiudiziali possono costituire, in determinate circostanze, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Per questo propone la costituzione di un meccanismo di inchiesta da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Il 19 marzo l’Ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell’Onu stimava a quasi un milione le persone che necessitano dell’aiuto umanitario a causa dell’offensiva lanciata quasi un anno fa su Tripoli. Oltre un terzo di loro si trova attualmente sulla linea del fronte dei combattimenti.