“Il governo della repubblica del Burundi annuncia con immensa tristezza la morte inaspettata di sua eccellenza Pierre Nkurunziza, presidente della Repubblica del Burundi, avvenuta all’Hôpital du Cinquantenaire di Karuzi a seguito di un arresto cardiaco l’8 giugno 2020”. Così un tweet dal profilo ufficiale del governo del Burundi nel tardo pomeriggio del 9 giugno. Un annuncio che ha colto di sorpresa il mondo intero.

Nel comunicato ufficiale della presidenza del Burundi si legge che Pierre Nkurunziza, 55 anni, aveva assistito “a un match di pallavolo a Ngozi” sabato 6 giugno. La notte si era sentito male ed era stato subito accompagnato all’ospedale di Karuzi. Domenica mattina il suo stato di salute era migliorato. Poi, improvvisamente, lunedì, si aggravava con grandissima sorpresa dei medici curanti. Per ore un’équipe multidisciplinare di dottori ha cercato di rianimarlo, ma invano.

Pierre Nkurunziza era stato ufficialmente proclamato presidente del Burundi la prima volta, il 26 agosto 2005, dopo che le Camere riunite lo avevano eletto il 19 agosto a conclusione di una travagliata transizione dalla guerra civile alla democrazia. Nel 1993, mentre era docente di ginnastica all’università di Bujumbura, sfuggì fortunosamente a un rastrellamento dell’esercito nel campus universitario. Raggiunse le file dell’opposizione armata contro il regime dell’allora presidente Pierre Buyoya, in una guerra civile tra le più tragiche e sanguinose d’Africa.

Nel 2001, all’indomani degli accordi di Arusha, il gruppo di guerriglia che capeggiava, il Cndd-Fdd, emanazione del partito degli hutu Frodebu (Front Démocratique du Burundi), aveva deposto le armi, divenendo un partito politico ed entrando appunto nel processo di transizione iniziato con gli accordi di pace di Arusha (agosto 2000) ‒ ottenuti anche grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio ‒, che avevano ufficialmente posto fine alla guerra civile e organizzato la transizione verso un governo civile.

Le elezioni si erano finalmente tenute nel 2005 ed erano state vinte dal partito di Nkurunziza a maggioranza assoluta delle due Camere. Che il 19 agosto lo avevano eletto presidente con un risultato plebiscitario.

Nel 2015, al termine del suo secondo e in teoria ultimo mandato, contrariamente ai dettami degli accordi di Arusha, Nkurunziza si era presentato per un terzo mandato, sostenendo che la prima volta non era stato eletto a suffragio universale, come la Costituzione comanda, ma dalle Camere.

Quella candidatura aveva visto tutta l’opposizione ergerglisi contro, Chiese comprese, e aveva gettato il paese in un ciclo di violenze e violazioni massicce dei diritti umani: una vera grave crisi politica che aveva fatto almeno 1.200 morti e costretto all’esilio 400mila burundesi secondo le stime della Corte penale internazionale che aveva aperto un’inchiesta. In tanti avevano paventato il ritorno alla guerra civile che aveva provocato 300mila morti tra il 1993 3 il 2006.

Ed ecco che, nel giugno 2018, Nkurunziza aveva sorpreso tutti annunciando che non si sarebbe presentato candidato all’elezione di quell’anno, mentre la nuova Costituzione da lui modificata e sottoposta a referendum gli avrebbe permesso di rimanere al potere fino al 2034. Lo scorso gennaio, poi, il presidente uscente si è garantito una serie di vantaggi e lussuosi benefici, pagati con denaro pubblico, dei quali avrebbe goduto una volta divenuto ex capo dello Stato. 

Il Burundi aveva dunque organizzato, il 20 maggio scorso, elezioni amministrative, politiche e presidenziali che avevano visto grandi folle riunite ad ascoltare il proprio candidato nei comizi elettorali e poi lunghissime file di elettori davanti ai seggi elettorali il giorno del voto. Il tutto in piena pandemia di coronavirus e senza reali misure di prevenzione. Semplicemente, per il governo la pandemia era un “inganno dei bianchi”.

Le elezioni sono state vinte dal generale Evariste Ndayishimiye, imposto come delfino a Nkurunziza (lui avrebbe preferito un civile) dalla cricca di generali che (ex compagni di guerriglia) lo condizionavano e che ora condizioneranno il nuovo presidente, loro compagno d’armi. Nkurunziza nel passare il potere al neoletto, per un mandato di sette anni rinnovabile una sola volta, cerimonia prevista per il 20 agosto prossimo, si sarebbe autoproclamato “guida suprema ed eterna del patriottismo”.

Pierre Nkurunziza, un cristiano evangelico, un “born again”, in un paese a maggioranza cattolica, così come la moglie Denise, una pastora, avevano minimizzato la gravità della pandemia del Covid-19. “La benedizione di Dio è sui burundesi. (…) Tutte queste pandemie si trasmettono attraverso l’aria, ma Dio ha purificato l’aria del Burundi», dichiarava Denise nel maggio scorso, lanciando tre giorni di preghiere organizzate per ringraziare Dio di aver risparmiato il paese.

E poi, una settimana fa, ecco la notizia: Denise è stata trasportata d’urgenza all’ospedale privato Aga Khan a Nairobi per essere curata dal coronavirus. Sembrerebbe in fase di guarigione. Non è dato sapere se l’infarto di cui è stato vittima suo marito sia conseguenza del virus.

Ma l’imbarazzo del governo burundese nel negare e nell’annunciare con tanto ritardo il decesso del presidente, lascia spazio a tutte le voci… soprattutto a quelle che affermano che il presidente è morto proprio per le complicazioni legate al Covid-19. La vittima africana più famosa, fin qui. D’altronde, Nkurunziza non soffriva da anni di diabete?