Lesotho
Le elezioni anticipate del 3 giugno, le terze indette in cinque anni, hanno riportato alla guida del Lesotho l’ex primo ministro Thomas Thabane, che però non ha la maggioranza in parlamento. Si teme un colpo di stato militare, con il Sudafrica e la Sadc poco inclini ad accettare l’instabilità del piccolo regno.

Il Lesotho, regno dell’Africa australe grande quanto il Belgio, ha cambiato tre governi in cinque anni. L’ultimo capo del governo ad esser stato sfiduciato dal parlamento è stato, il 1 marzo, Pakalitha Mosisili, leader del Democratic congress (Dc).

Mosisili era diventato primo ministro con le elezioni del febbraio 2015, dopo che l’ex primo ministro Thomas Thabane (nella foto), leader di All Basotho Convention (Abc), era stato costretto nel 2014 a rifugiarsi in Sudafrica in seguito a un colpo di stato militare. Tuttavia Mosisili, non avendo ottenuto la maggioranza nelle elezioni del 2015, si è dovuto affidare a una coalizione di sette partiti, tormentata da lotte intestine e corruzione.

Dopo il voto di sfiducia voluto dai partiti dell’opposizione, il monarca del Lesotho Letsie III ha sciolto il parlamento e indetto nuove elezioni il 3 giugno. L’esito del voto riflette l’instabilità politica del piccolo regno, enclave del Sudafrica.

A vincere è stato l’ex primo ministro Thabane (tornato in patria solo a febbraio). Il suo Abc ha ottenuto 48 seggi, ma per avere la maggioranza in parlamento ne servono almeno 61. Il Democratic congress di Mosisili, invece, ha ottenuto 30 seggi. Per governare dunque, il nuovo primo ministro Thabane ha dovuto far affidamento su un governo di unità nazionale, formato dall’Alliance of democrats, il Basotho national party e il Reformed congress of Lesotho.

I timori del Sudafrica e della Sadc

Per la terza volta di fila, le elezioni politiche in Lesotho non sono riuscite ad esprimere una netta maggioranza, lasciando ancora il paese in balia dell’incertezza politica. Fuori dal regno, i più preoccupati della continua altalena del piccolo stato risultano essere il Sudafrica e la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc), che temono per la stabilità politica ed economica dell’intera macro-regione

Il Sudafrica si preoccupa soprattutto del pieno funzionamento della diga di Katse, costruita negli anni Novanta nel contesto del Lesotho Highlands Water Project. La regione sudafricana di Gauteng dipende infatti in gran parte dalla fornitura idrica che riceve dallo sbarramento oltreconfine.

La regione di Gauteng, in cui si trovano Johannesburg e Pretoria, possiede industrie e miniere, ed è la più ricca del Sudafrica. Pretoria teme che un eventuale colpo di stato militare (come avvenne nel 1998) possa compromettere l’approvvigionamento idrico della regione, creando un grave danno all’economia sudafricana. Diciannove anni fa, alcuni soldati delle forze di difesa del Lesotho occuparono e minacciarono di danneggiare la diga di Katse, provocando l’intervento congiunto del Sudafrica e del Botswana. In quell’occasione morirono una settantina di persone.

I soliti spettri

Tra le sfide che il nuovo primo ministro Thomas Thabane dovrà affrontare c’è l’estrema povertà in cui vive gran parte della popolazione e il paradosso della siccità. Il paese, infatti, nonostante ospiti la seconda diga più grande del continente, soffre di mancanza d’acqua. La maggior parte delle riserve idriche viene infatti esportata in Sudafrica (l’export dell’acqua rappresenta circa il 10% delle entrate statali), mentre una parte minore è utilizzata per creare energia idroelettrica all’interno del paese.

Ad aggravare la situazione negli ultimi anni ci ha pensato il fenomeno climatico El Niño che, in Lesotho, calcola il World food program, sta mettendo in difficoltà 700.000 mila persone, bisognose di cibo e assistenza umanitaria.

Un’altra piaga che affligge il Lesotho è quella dell’aids. Nel 2015, secondo i dati forniti da Unaids circa 310.000 persone vivevano con l’hiv e circa 18.000 sono morte a causa di malattie legate all’aids. Ciò fa del Lesotho, dopo lo Swaziland, il paese più colpito dal virus che ha un tasso di diffusione tra gli adulti del 22.7%.

Questi sono i principali problemi con cui il primo ministro dovrà confrontarsi. Thabane, votato soprattutto nel nord del paese e nella capitale Maseru, ha convinto i propri elettori promettendo di eliminare la corruzione e la criminalità in seno allo stato, aumentare le pensioni, accrescere gli investimenti in agricoltura e infrastrutture, e aiutare i giovani ad avviare le imprese. Tutto questo, ovviamente, esercito e coalizione permettendo.

Thabane e l’esercito

Il 16 giugno, Thomas Thabane ha giurato come primo ministro. Ma solo due giorni prima sua moglie, Lipolelo Thabane, è stata uccisa alimentando i timori che dietro all’omicidio ci possa essere la mano dell’esercito. Le relazioni tra Thabane e i militari sono sempre state difficili.

Il 30 agosto del 2014, un presunto colpo di stato militare lo costrinse alla fuga, portando il paese a elezioni anticipate. In quell’occasione, alcuni testimoni riportarono di aver sentito colpi di armi da fuoco e aver visto l’esercito occupare i palazzi delle istituzioni. Qualche mese prima, l’uomo d’affari e finanziatore dell’Abc, Thabiso Tsosane, fu assassinato ma nessun colpevole è stato individuato. Pochi mesi dopo la fuga di Thabane, il comandante Maaparankoe Mahao, scelto da Thabane per sostituire Tlali Kamoli (licenziato per insubordinazione), viene ucciso dai militari.

Il timore di un possibile colpo di stato non è dunque campata in aria. Già alla vigilia delle elezioni, Sudafrica e Sadc temevano che i militari potessero agire a favore dello sfidante di Thabane, l’ex primo ministro Pakalitha Mosisili, che molti analisti considerano molto vicino all’ambiente militare. Ad avvalorare questa tesi le parole rilasciate dallo stesso Thabane in un intervista al Mail & Guardian, in cui il politico ha ricondotto la maggior parte dell’instabilità del paese al ruolo giocato dall’esercito nell’arena politica. Thabane ha rivelato, inoltre, la sua volontà di smilitarizzare il Lesotho seguendo l’esempio del Costa Rica.