Darfur / Sudan
Bianca Saini

Seguire l’evolversi dell’informazione riguardante lo stupro di massa di Tabit può dare un’idea della costante intimidazione e manipolazione della realtà messe in atto dal governo di Khartoum per coprire le sue responsabilità nel conflitto, ma ormai si dovrebbe parlare più propriamente di conflitti di natura diversa inestricabilmente intrecciati, che da oltre 10 anni insanguina il Darfur; anzi, si potrebbe dire, per negare la crescente conflittualità nell’area.

Intanto va rilevato che l’episodio è ormai stato riportato da numerosi e autorevoli mezzi di informazione, quali il Times e il Guardian, confermato da organizzazioni per la difesa dei diritti umani specializzate nel monitoraggio della situazione sudanese e darfuriana in particolare, come Sudo-UK, e condannato dall’Arab Coalition for Darfur (Acd) una rete, nata nel 2008, costituita da un centinaio di organizzazioni del mondo arabo operanti per la difesa dei diritti umani, che rilancia l’appello dei leader comunitari per una inchiesta indipendente sul fatto. Radio Dabanga, da parte sua, promette per i prossimi giorni un rapporto completo, corredato dalle testimonianze delle vittime, che intanto cominciano a non essere più un gruppo indistinto: un leader comunitario del villaggio riporta che 79 sono le ragazze minorenni violentate, 8 delle quali bambine nell’età della scuola media. Anche Zainab Bangura, speciale rappresentante del segretario generale dell’Onu sulle violenze sessuali nelle aree di conflitto, chiede che il governo del Sudan permetta l’accesso immediato all’area agli investigatori dell’Onu.

Infatti l’informazione corrente, riportata sempre da un articolo di Radio Dabanga, e ripresa poi dai mass media internazionali, dice che una pattuglia dell’Unamid, che si recava per un accertamento dei fatti nel villaggio, era stata fermata da un posto di blocco dell’esercito. Allora la pattuglia era andata nel campo profughi Zam Zam, dove, secondo i leader comunitari del villaggio molte famiglie avevano cercato rifugio, e aveva scoperto che nessun nuovo arrivo era stato registrato. Nessuna denuncia risultava neanche al locale posto di polizia. Dunque, probabilmente nulla è successo, sembra che l’Unamid voglia suggerire. Rimane da spiegare il posto di blocco che impedisce l’entrata al villaggio, ma in Darfur ci possono essere mille ragioni diverse per istituire un posto di blocco, nulla di strano, in fondo, potremmo concludere anche noi.

Davanti all’enormità di quanto successo, e soprattutto alla scandalo sollevato a livello internazionale, non può mancare, però, anche una presa di posizione del governo. Così, ad una settimana di distanza, arriva la dichiarazione ufficiale, pubblicata dal Sudan Tribune domenica 9 novembre. Il procuratore speciale per i crimini in Darfur, Yasir Ahmed Mohamed, attivato dal ministro della giustizia, Mohamed Bushara Doussa, afferma che gli accertamenti in zona permettono di assicurare che le informazioni circolanti non sono veritiere e possono essere considerate come mera propaganda informatica.
E questo metterebbe la parola fine alla vicenda, se non fosse che la rete degli attivisti sudanesi della diaspora fa circolare sui social network una versione un po’ diversa di come sarebbero andate le cose.

Come la ricostruzione, che porta la firma di Eric Reeves, americano, che ha passato gli ultimi 15 anni della sua carriera accademica come ricercatore e analista della situazione sudanese. Nel suo sito afferma che testimoni oculari, da lui stesso sentiti, raccontano che la pattuglia Unamid non sarebbe stata bloccata fuori dal villaggio, ma sarebbe entrata e avrebbe cominciato a raccogliere le testimonianze di quattro persone, proprio allora sarebbe stata raggiunta da quattro macchine cariche di personale della intelligence militare. A quel punto i testimoni si sarebbero dileguati, mentre la pattuglia si sarebbe fermata a parlare per una buona mezz’ora con i militari governativi. Dopo di che sarebbe ritornata alla base, a El Fashir.
Questo fa dire a Reeves che l’Unamid ha ceduto ancora una volta alle intimidazioni governative e ha riportato, e diffuso, notizie false, come d’altra parte è avvenuto in diverse altre occasioni, ed è stato accertato da un’inchiesta voluta dallo stesso segretario generale, Ban Ki Moon, a seguito della denuncia di Aicha Elbasri, ex portavoce della missione di pace stessa.

Sta di fatto che, secondo le dichiarazioni ufficiali, il Darfur è pacificato o quasi. Ora si tratterebbe di iniziare la ricostruzione e di convincere gli sfollati, recalcitranti chissà perché, a lasciare i campi profughi.
Mentre circolavano le notizie sui fatti di Tabit, una delegazione di ambasciatori europei, guidati da Tomas Ulicny, rappresentante dell’Unione Europea nel paese, visitava Nyala, capitale del Sud Darfur, e il Kalma camp, rifugio di decine di migliaia di persone da oltre 10 anni. Alla fine della visita sono stati promessi 11 milioni di euro per sostenere lo sviluppo della zona. Infatti il governatore reggente, Abdel Rahman Hussein Gardud, ha assicurato che ormai la situazione nel Sud Darfur è stabilizzata e si può procedere con lo sviluppo.

Se si scorrono le notizie dei mezzi d’informazione non ufficiali, però, si ha un’impressione molto diversa. In questi giorni, ad esempio, dicono che è in atto una campagna di arresti in un altro dei campi profughi del Sud Darfur: 33 sfollati sarebbero stati fermati nel campo di Kass con l’accusa generica di complicità con i gruppi ribelli, e non si sa dove siano detenuti. E questo è solo un episodio, ma si potrebbe continuare a lungo l’elenco.

La dicotomia tra quanto dicono le autorità e quanto dicono i mass media indipendenti, le organizzazioni della società civile, gli sfollati, la gente in genere è enorme quando si parla di Darfur. I fatti sono ben difficilmente verificabili in modo indipendente; questa è una delle ragioni per cui il Darfur è sparito dall’informazione internazionale.

Il governo di Khartoum è riuscito ad isolare la regione quando ha espulso le maggiori Ong internazionali e ha chiuso le tre più importanti Ong locali, lo stesso giorno in cui il presidente Al Bashir riceveva la notifica delle accuse della Corte penale internazionale. Il livello delle minacce, e delle difficoltà ad operare in genere, per chi lavora a contatto con la gente è in continuo aumento e porta ad adottare estrema prudenza, per non rischiare che il lavoro venga improvvisamente interrotto, con conseguenze anche finanziarie enormi, insieme al supporto che si può continuare a dare alle vittime della situazione.

Ong locali, centri di ricerca, organizzazioni per la difesa dei diritti umani, mass media vengono quotidianamente intimiditi, messi nella condizione di non poter più lavorare e non raramente chiusi. La stessa Radio Dabanga va in onda dall’Olanda, da quando i suoi uffici a Khartoum sono stati chiusi, anni fa, dalla polizia per la sicurezza nazionale.
Lo stress e il senso di impotenza è drammatico tra i sudanesi che vorrebbero vivere in un paese in pace, con un governo che è il governo di tutti e non solo di alcuni, in cui la legge è fatta rispettare e i responsabili di atti criminosi, chiunque essi siano, vengono puniti. In questi giorni Alfadil Alnoor, un amico, attivista per i diritti umani, originario del Nord Darfur, richiedente asilo in Norvegia, sta facendo lo sciopero della fame come unico modo rimasto, dice nel suo post su Facebook, di dimostrare solidarietà e vicinanza alla sua gente, alle donne così vigliaccamente attaccate, al suo paese, per cui non vede la fine di tante sofferenze.

Foto in alto tratta da Radio Dabanga.org