ECONOMIA IN BIANCO & NERO – gennaio 2012
Riccardo Barlaam

Le voci dicono che sta male. Ma lui, Robert Mugabe, a quasi 88 anni, dal 1980 alla guida dello Zimbabwe, da padre padrone non molla. Neanche davanti alle evidenze, all’età che avanza e all’inevitabile declino. L’indomabile condottiero – il despota che ha impoverito quella che un tempo era chiamata la Svizzera d’Africa – alla fine della convention annuale del suo partito, davanti a 6mila delegati, in un discorso roboante alla Gheddafi , ha detto che non si dimetterà. «Fortunatamente – ha spiegato ai suoi fedelissimi – Dio mi ha dato una vita più lunga che ad altri. Non vi deluderò ». Così, il presidentissimo ha chiesto (lo ha chiesto a sé stesso) di indire elezioni politiche nel 2012. E ha confermato agli aficionados che sarà di nuovo il candidato unico del suo partito per la presidenza. Folclore a parte, la comunità internazionale spera che nell’ex Rhodesia cambi qualcosa.

Per altri motivi, sperano nel cambiamento anche le multinazionali minerarie. Nelle miniere dello Zimbabwe nel 2011 sono state estratte 13 tonnellate di oro. Erano 27 nel 1999, crollate a 3,5 nel 2008. Per riserve di platino, è il secondo paese produttore al mondo dopo il Sudafrica: nel 2010 sono state estratte un po’ meno di 9 tonnellate del prezioso metallo. Non va dimenticato che nelle miniere del paese si estraggono anche diamanti.

Negli anni della coabitazione forzata al governo di Mugabe con Morgan Tsvangirai, leader dell’opposizione e vero vincitore delle ultime elezioni nel 2009, lo Zimbabwe, che aveva il poco invidiabile primato dell’inflazione più alta del mondo, ha ricominciato a crescere. Quest’anno il prodotto interno lordo, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, dovrebbe attestarsi attorno al 6%.

Tuttavia, c’è un piccolo “ma”, che, a questo punto, fa storcere il naso alle multinazionali. Le principali major che operano nel paese sono: l’Aquarius Platinum, che ha il 50% delle azioni della Mimosa Platinum, che nel 2011 ha portato alle casse governative introiti per 170 milioni di dollari; la Impala Platinum, che controlla l’87% del capitale di Zimplats e il 50% di Mimosa Platinum, e che nel 2011 ha portato nell’erario introiti per 710 milioni di dollari; la Anglo American, che nel 2010 ha vinto la gara per lo sfruttamento del giacimento di platino di Unki, la cui produzione a pieno ritmo è prevista per il 2013; e la Rio Tinto, che detiene il 78% delle azioni della miniera di diamanti di Murowa; (nel solo 2010 sono state estratte pietre preziose per un totale di 139.000 carati).

Ebbene, Mugabe ha chiesto, attraverso una legge, definita della “indigenizzazione”, di trasferire il 51% del capitale di tutte le società straniere a operatori locali entro 5 anni, pena la cancellazione delle licenze. Da mesi si va avanti in estenuanti trattative tra governo e major minerarie, con offerte che vengono puntualmente rigettate dal governo. Le major temono che le cose possano peggiorare, nonostante le rassicurazioni del ministero delle miniere: la loro paura è che le società estrattive e le miniere possano essere nazionalizzate. Insomma, regna su tutto l’incertezza. Che non è il massimo per pianificare gli investimenti necessari per migliorare le tecnologie estrattive e aumentare la produzione. Perché le società occidentali, dopo gli anni dell’embargo, hanno trascurato le miniere, mentre le cinesi hanno continuato a investire.

In linea di massima, la proposta di lasciare allo Zimbabwe almeno il 51% delle azioni delle società minerarie non fa una piega. È giusta, anche se a promuoverla è Mugabe: la sua idea è quella di trasferire alle masse il lavoro e il controllo delle società. Anche qui c’è più di un “ma”. La Bbc, in una sua inchiesta, ha raccontato la storia di un giovane che ha creato una società locale per partecipare a una gara per l’allocazione delle azioni di una azienda straniera. Alla fine è stata preferita un’altra società dello Zimbabwe, con un conto corrente che però risultava intestato a un’altra società con sede alle Isole Vergini, un paradiso fiscale.

Che Mugabe stia mettendo il fieno in cascina, in barba ai diritti di una popolazione vessata e impoverita per decenni? Come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca.