Da Nigrizia di dicembre: guai a opporsi
Con la complicità dell’Unione europea, Tunisia e Marocco si confermano tra i più feroci censori dell’opposizione e della libertà di stampa. Giornali chiusi, giornalisti arrestati, oppositori intimiditi: nessuno può osare criticare Ben Ali, il re e il loro blocco di potere, cementato da repressione e corruzione.

In un silenzio assordante, in Tunisia e Marocco le ultime settimane hanno segnato un’ondata straordinaria di censura e repressione, che contrasta, ancora una volta, con l’immagine di ordine e tranquillità di cui le due nazioni godono presso le diplomazie occidentali.

 

L’Unione europea (Ue) considera questi due paesi i migliori allievi dell’altra sponda del Mediterraneo, per le facilità commerciali accordate, per l’indefettibile orientamento pro-occidentale, per la disponibilità ad assecondare le politiche anti-immigratorie, per la lotta al terrorismo internazionale e per la straordinaria stabilità interna a fronte di un mondo arabo e africano in preda a continue convulsioni. Non a caso, l’Ue è pronta dal prossimo anno a realizzare una zona di libero scambio con la Tunisia e a concedere al Marocco uno “status avanzato” nelle relazioni bilaterali.

 

Ma i voti espressi dall’Ue non coincidono con quelli dell’opinione pubblica interna e delle organizzazioni non governative internazionali. I primi non sono facilmente misurabili, e chi ci ha provato, come il settimanale marocchino TelQuel, è caduto sotto la scure della censura; i secondi danno risultati diversi rispetto all’immagine di paesi felici e aperti (al commercio e al turismo).

 

Così, l’indice dei diritti politici e delle libertà civili, misurato dall’organizzazione americana Freedom House, colloca la Tunisia tra i paesi “non liberi”, con 6 punti su una scala che va da 1 (massima libertà) a 7 (nessuna libertà); mentre il Marocco è tra i “parzialmente liberi”, con un punteggio di 4,5. Le vicine Algeria e Libia sono classificate rispettivamente con 5,5 e 7,0 punti.

 

La libertà di stampa è in condizioni ancora peggiori. Freedom House colloca, su 195 paesi e territori considerati, la Tunisia al 176° posto e il Marocco al 140°. Non molto diversa la valutazione della francese Reporters sans frontières, che li pone, rispettivamente, al 154° e 127° posto sui 182 paesi classificati. Inoltre, la Tunisia è messa nello speciale gruppo di “nemici di Internet”, per la censura nei confronti degli internauti.

 

Tunisia sotto scacco

Questo contrasto dei giudizi rispetto all’Ue non deve apparire, poi, così strano, poiché in perfetta continuità con una situazione consolidata da tempo.

 

In Tunisia, il 25 ottobre scorso, si è concluso il rito delle ri-elezioni presidenziali (e parlamentari). È stato il quinto successo per il presidente Ben Ali. Al potere da 22 anni, a colpi di modifica della costituzione e delle leggi elettorali, segue le orme di colui che aveva deposto, l’ormai senescente padre della patria Habib Bourguiba, che si era nominato presidente a vita. Questa volta, Ben Ali si è accontentato del 90% dei voti, per non coprirsi di ridicolo di fronte alle percentuali del 99% e 95% delle due precedenti farse elettorali.

 

Per capire il clima di questo “successo”, va ricordato che la campagna elettorale è stata contrassegnata dalla messa fuori competizione dei veri antagonisti, dalla partecipazione di due “concorrenti” che tifavano per il presidente, e da un vero oppositore, un politico di sinistra, probo ma del tutto privo di possibilità: Ahmed Brahim, leader del movimento Ettajdid (“rinascita”).

 

Le settimane che hanno preceduto il voto hanno visto l’intensificarsi delle consuete misure intimidatorie. Il giornale che ha pubblicato il programma del partito Ettajdid è stato sequestrato. Hamma Hammami, portavoce del Partito degli operai comunisti tunisini (Poct), è stato picchiato a sangue al suo rientro dalla Francia, il 29 settembre; pochi giorni dopo, gli è stato impedito di andare in Francia, dove era atteso a una riunione di oppositori. Tra i due episodi, il 4 ottobre, l’avvocato e difensore dei diritti umani, Abderraouf Ayadi, ha avuto la macchina distrutta mentre si apprestava a portare in città la figlia Hamma Hammami, di 10 anni, e la moglie Radhia Nasraoui, avvocato in prima linea per la difesa dei diritti umani, appena rientrate con un volo dalla Francia. Il 20 ottobre, la stessa Radia Nasraoui è stata insultata da membri della polizia all’aeroporto, da dove le è stato impedito di partire. Lo stesso giorno, Sihem Bensedrine, militante per i diritti umani, è stata aggredita mentre andava a una riunione sullo svolgimento delle elezioni. Sempre il 20 ottobre, un altro militante per i diritti umani, Zouheir Makhlouf, è stato arrestato dopo che aveva diffuso un video sull’inquinamento industriale nella regione di Nabeul.

 

La lista dei nomi potrebbe continuare, come quella delle intimidazioni: pedinamenti, minacce, aggressioni, impossibilità di recarsi all’estero, intercettazione della posta elettronica e delle comunicazioni telefoniche. Un trattamento particolare è riservato alla stampa estera: l’inviata del quotidiano francese Le Monde è stata espulsa, il 21 ottobre, al suo arrivo all’aeroporto di Tunisi.

 

Ma i fuochi pirotecnici sono scoppiati subito dopo la rielezione, quando Ben Ali ha dato il peggio di sé. La prima vittima è stato il giornalista Taoufik Ben Brik, arrestato durante la convocazione in un commissariato, a seguito di un incidente automobilistico messo in scena per incastrarlo. Le attenzioni del regime nei suoi confronti non sono nuove: Ben Brik è da vent’anni la penna più graffi ante contro il regime, che lo ricambia, e non certo con metafore. Un altro giornalista e autore di blog, Slim Boukhdir, il 28 ottobre è stato prelevato da casa, condotto in macchina alla periferia di Tunisi, picchiato a sangue e privato di tutto quanto aveva. Moudi Zouabi, corrispondente della stampa e delle tv estere, ha denunciato “visite” di sconosciuti al proprio domicilio e continui pedinamenti. Un’altra giornalista, Fatma Arabicca, molto attiva nel mondo dei blog, è stata arrestata, rilasciata, incarcerata e, infine, liberata il 7 novembre: il regime vuole conoscere i “complici” delle sue reti. Tutti sono sotto minaccia di processi e, visti i capi d’imputazione, di pesanti condanne.

 

La pratica autoritaria del potere lascia ampio spazio alla corruzione e al nepotismo. Il genero di Ben Ali e neodeputato, Sakhr El-Materi, è l’astro nascente della borghesia tunisina. Già a capo di alcuni media d’ispirazione islamica “ufficiale”, ha appena inaugurato la prima banca islamica di Tunisia, Zitouna (ulivo): oltre che un modo per alimentare gli affari di famiglia, è un tentativo di recuperare l’islam al regime e depotenziare i movimenti fondamentalisti.

 

Il sacro re

Dall’altra parte del Maghreb la situazione è del tutto simile. L’occasione per rinfrescare i metodi repressivi è stato, ad agosto, il decimo anniversario della salita al trono di Mohammed VI. Ha cominciato il ministro delle (non)comunicazioni con il ricordare che «la monarchia del Marocco non può essere oggetto di un dibattito, neppure attraverso un sondaggio », per giustificare il sequestro di TelQuel e della sua edizione araba, Nichane, benché il sondaggio da loro pubblicato fosse piuttosto favorevole al re.

 

Figurarsi se ci si poteva permettere un’innocente caricatura del fratello del re. La lesa maestà è costata un anno di condanna al caricaturista Khaled Gueddar e al giornalista Taoufik Bouachine, il direttore del quotidiano Akhbar Al-Youm. I due quotidiani che hanno ripreso la vignetta, il francese Le Monde e lo spagnolo El Pais, non sono stati diffusi nel paese. La risposta di Le Monde è stata una vignetta in cui Mohammed VI e Ben Ali sono accomunati nella censura e da un naso rosso da pagliaccio. L’edizione del 24 ottobre non è stata ovviamente distribuita nei due paesi.

 

Idriss Chatane, direttore del settimanale Al Michaal, è stato condannato a un mese di prigione per aver pubblicato un commento sulla malattia del re, annunciata dal palazzo reale. Al settimanale Journal Hebdo sono stati bloccati i conti e comminata un’ammenda di 250mila euro su iniziativa di un centro studi belga, che si era sentito diffamato perché il suo rapporto sul Sahara Occidentale era stato criticato – giustamente – dal settimanale per mancanza di obiettività. Oltre al re, anche la marocchinità del Sahara Occidentale è ritenuta, infatti, un tabù. Ne sanno qualcosa i militanti per i diritti umani nei territori occupati. All’inizio di ottobre, sette di questi sono stati arrestati al loro rientro da una visita nei campi profughi sahrawi in Algeria. Hanno osato sfidare il muro che li separa dai connazionali rifugiati da oltre trent’anni dall’altra parte. Sequestrati per una settimana, sono stati deferiti davanti a un tribunale militare per reati che prevedono condanne pesantissime, inclusa la pena di morte. In agosto due altri attivisti sono stati arrestati e picchiati a un posto di blocco a Tan Tan, nel sud del Marocco. Uno dei due, Naama Asfari, aveva il portachiavi con la bandiera della Repubblica araba sahrawi democratica. Ora sono in prigione. Asfari è stato condannato a 4 mesi. Gli arresti e i processi si susseguono a ritmo incessante. Ai militanti per i diritti umani vengono sequestrati i passaporti per non farli testimoniare all’estero. Studenti e lavoratori sono arrestati e malmenati al primo segno di protesta. Per impedire che i prigionieri siano difesi, da novembre il Marocco pone ostacoli agli osservatori internazionali che vorrebbero assistere ai processi.

 

L’obiettivo, sia in Marocco che in Tunisia, è scoraggiare qualsiasi forma di opposizione, tentando di fiaccare la resistenza di giornalisti e di militanti, e minacciando chiunque si voglia unire a loro. Nei due paesi esiste un blocco di potere attorno al re e all’eterno presidente, cementato dalla repressione e dalla corruzione, complice l’Unione europea, abbagliata dalle apparenze.

 


 


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