Marcia per la giustizia climatica durante la COP sul clima delle Nazioni Unite a Durban, in Sudafrica, nel 2011 (Credit: Global justice ecology project)

La conferenza di Bonn sui cambiamenti climatici, luogo nevralgico della valutazione dei progressi dell’Accordo di Parigi, sottoscritto nel 2015, era stata programmata per l’ottobre prossimo in Germania.

Tuttavia, quest’anno l’importante convention, a cui avrebbero partecipato i rappresentanti dei governi provenienti da ogni angolo del globo, organizzazioni, gruppi della società civile e attivisti per lo sviluppo sostenibile e la giustizia climatica, non si terrà a causa della pandemia da Covid-19.

Il rinvio della conferenza al 2021 non ha però frenato gli appelli e le rivendicazioni degli ambientalisti, delle organizzazioni per i diritti umani e per l’abbattimento delle diseguaglianze e della povertà, e delle associazioni che promuovono la partecipazione popolare e la responsabilità delle grandi compagnie nei paesi in via di sviluppo.

Sulla scia della campagna Make big polluters pay, promossa per la prima volta durante il vertice sul clima del Segretario generale dell’Onu, tenutosi a New York nel 2019, il 15 settembre scorso è stata lanciata la global call #Makethempay (Facciamoli pagare), assumendo prima le forme di una petizione e poi di hashtag di tendenza su numerosi social network.

La petizione è indirizzata ai governi del nord e del sud del mondo e alle organizzazioni internazionali come l’Onu, perché agiscano a favore della giustizia ambientale e delle comunità maggiormente colpite dai danni causati dai cambiamenti climatici e denuncino pubblicamente le multinazionali responsabili, intervenendo con misure legali e provvedimenti legislativi, politici e culturali.

La campagna fa parte di un progetto più ampio, la Liability roadmap, ossia la tabella di marcia per responsabilizzare le società e le grandi compagnie che compromettono con le loro attività la salute dell’ambiente e delle comunità che vivono nei territori inquinati, massimizzando i profitti e occultando le drammatiche conseguenze economiche e sociali dei loro affari nelle regioni già vulnerabili.

I partners del progetto, tra cui ActionAid, Asian peoples’ movement on debt and development e Corporate accountability & public participation Africa, si rivolgono dunque ad accademici, avvocati, diplomatici, capi di stato e di governo, alle donne, ai movimenti sociali e ai leader indigeni, sollecitandoli a esigere dai grandi corruttori, i finanziamenti necessari a sostituire i combustibili fossili e a ristabilire l’equilibrio degli ecosistemi, a incentivare l’agroecologia e ad ascoltare con maggiore attenzione proposte e soluzioni elaborate dalle comunità native.

Le conseguenze dei cambiamenti climatici e dello sfruttamento delle risorse in Africa

Da Accra a Younde e da Nairobi ad Abuja, l’hashtag #Makethempay sta facendo il giro del continente e dei profili instagram dei giovani africani. L’Africa infatti, sarà uno dei continenti maggiormente colpiti dai pesanti effetti dei cambiamenti climatici. La sicurezza alimentare sarà gravemente minacciata, le patologie aumenteranno in numero e per gravità, e insieme con esse i conflitti sociali.

L’incalzante sensibilizzazione su questi temi è figlia, in questo caso, dell’esperienza diretta. Il 14 marzo del 2019 il devastante ciclone Idai si abbatté sulla città costiera di Beira, in Mozambico, lasciando una scia distruttiva anche in Malawi e nello Zimbabwe, uccidendo almeno mille persone, colpendone più di 3 milioni e distruggendo migliaia di abitazioni e di ettari di colture.

Altrettanto grave è stata l’invasione delle locuste in Africa orientale nei primi mesi del 2020. Gli sciami, che si sono riversati principalmente in Kenya, Etiopia ed Uganda, hanno avuto un impatto catastrofico sulla sicurezza alimentare e sulla produzione di cibo, compromettendo la stagione dei raccolti e delle semine.

Oltretutto, nei paesi africani la presenza delle multinazionali occupate nelle attività di estrazione, produzione e trasporto di petrolio e gas, oro, diamanti e rame, è notevole.

Le terribili conseguenze dell’imponente sfruttamento delle risorse del territorio e degli abusi che vengono oramai da decenni perpetrati sui fragili ecosistemi e sulle comunità indigene sono ben noti ai governi nazionali, che tuttavia non ostacolano né sanzionano le attività delle international corporations, poiché interessati unicamente a spartirsi i profitti.

Eacop, un disastro annunciato

E’ di poche settimane fa la firma dell’accordo tra i governi ugandese e tanzaniano per la realizzazione dell’oleodotto Eacop di circa 1500 km, che collegherà la regione di Hoima, nei pressi del lago Albert in Uganda, al porto di Tanga, in Tanzania.

Si tratta di un’opera imponente, con una capacità di trasporto fino a 200mila barili di petrolio al giorno e del valore di ben 3,5 miliardi di dollari. Il progetto è affidato alla francese Total e alla società cinese China national off-shore oil corporation (Cnooc), entrambe protagoniste anche del contestato progetto estrattivo e di raffinazione di greggio Tilenga, in Uganda.

Oxfam, Fédération international des droits de l’homme (Fidh) e Global rights alert hanno pubblicamente denuciato l’accordo sull’Eacop, pubblicando uno studio congiunto che evidenzia i rischi della realizzazione dell’impianto su almeno 12 mila famiglie, che perderebbero case e terre, sui pascoli e sui terreni comunitari e sulle fonti d’acqua, a rischio inquinamento. Fidh ha riportato anche la massiccia presenza di militari e compagnie private nelle aree interessate dal progetto, nonché tensioni e violenze a danno degli attivisti per i diritti umani e per la difesa dell’ambiente.

Sud Sudan e Nigeria

Le violazioni dei diritti delle comunità autoctone vengono denunciate anche nella regione petrolifera al confine tra Sudan e Sud Sudan, mentre il governo di Juba continua a promuovere le prospezioni petrolifere.

Il petrolio in questa regione sta non solo all’origine delle entrate che hanno contribuito al finanziamento della guerra civile, ma anche alla base del massiccio inquinamento ambientale che causa ogni anno l’aumento degli aborti spontanei e nascite di bambini disabili o con gravissime malformazioni.

Non meno grave è la situazione nella regione del Delta del Niger, in Nigeria. Il report pubblicato dal The Guardian nel 2019 evidenzia tutte le criticità di uno degli stati nigeriani più ricchi di petrolio, quello di Bayelsa, schiacciato sotto il peso dell’inquinamento e della povertà estrema, abbandonato dalle istituzioni federali e beffato dalle compagnie petrolifere straniere che dissanguano il territorio fin dagli anni ’50.

Prima dell’arrivo della Shell, nel 1956, le comunità vivevano di pesca e agricoltura, il territorio era verde e lussureggiante e non si faceva fatica a trovare i mezzi di sussistenza. Oggi le fuoriuscite di petrolio dagli impianti sono all’ordine del giorno, i terreni agricoli e i corsi d’acqua sono gravemente contaminati, l’aspettativa di vita si è ridotta a 45 anni e numerosi sono i casi di malattie ai reni, cancro, diabete, Alzheimer e Parkinson tra la popolazione.

Sempre più spesso, inoltre, gli abitanti della regione, non riuscendo più a vivere di pesca, agricoltura e allevamento, si inseriscono in attività criminali, sfortunatamente più redditizie.

Il caso Maurizio

Ultimo, in ordine di tempo ma non di importanza, è il disastro ambientale che ha interessato l’isola di Maurizio nelle ultime settimane, dopo che il 25 luglio scorso la nave giapponese Mv Wakashio si è arenata nell’atollo. Al momento dell’incaglio la nave conteneva a bordo 3.894 tonnellate di olio combustibile, 207 tonnellate di gasolio e 90 tonnellate di olio lubrificante, la gran parte dei quali si sono riversati nell’oceano, provocando un danno all’ecosistema marino senza precedenti.

Le mangrovie sono state ricoperte di petrolio e la morte di diverse specie di pesci, delfini e tartarughe si è ben presto rivelata inevitabile. Il settore del turismo è stato gravemente colpito, così come quello della pesca, e gli abitanti dell’isola lamentano la mancanza di cibo, dovuta alla contaminazione del pesce.

L’arresto del capitano della Mv Wakashio è arrivato poco più di un mese dopo l’inizio del disastro e in molti dubitano dell’efficienza della giustizia. Lisa Vives, di Global information network, dichiara una condivisibile preoccupazione relativamente alle scappatoie presenti nelle convenzioni internazionali.

L’Isola di Maurizio potrebbe infatti ritrovarsi senza i fondi necessari per far fronte al danno ambientale ed economico nel lungo periodo, perché la nave responsabile sarebbe registrata a Panama come portarinfuse, e non come petroliera. Per tale motivo, l’incidente e le sue conseguenze verrebbero disciplinati da una convenzione particolare, che riconoscerebbe alla Mv Wakashio una responsabilità limitata.