Il presidente dimissionario della Federazione internazionale di basket (Fiba), il maliano Hamane Niang

La Federazione internazionale di basket (Fiba) è da qualche giorno in subbuglio. Il suo presidente, il maliano Hamane Niang (in carica dal 2019), si è dimesso a causa di un rapporto dell’organizzazione Human Rights Watch, riferito ad abusi e violenze sessuali nei confronti di alcune giocatrici di basket. Il rapporto è stato ripreso dal New York Times.

I fatti riguardano la Federazione maliana di basket che Niang aveva diretto dal 1999 al 2011. Nelle squadre della federazione, dozzine di giocatrici, molte delle quali adolescenti, hanno subìto violenze sessuali in maniera sistematica.

Chiamati in causa due allenatori ancora nel giro delle nazionali femminili di basket, sospesi insieme a un funzionario senior della stessa federazione. Niang non sarebbe coinvolto direttamente, ma il suo ruolo in questa vicenda sarebbe comunque decisivo, visto che «non poteva non sapere» e tuttavia non fatto niente.

Il New York Times ha intervistato alcune delle giocatrici coinvolte nello scandalo, e queste hanno descritto il loro ex presidente come persona del tutto incapace di muovere un dito di fronte agli abusi già al tempo ben conosciuti.

Per esempio, due giocatrici, allora adolescenti, hanno rivelato che, per festeggiare una vittoria in un incontro risalente al 2006-2007, la squadra si recò, insieme ad allenatori e dirigenti, in una discoteca di Bamako, dove il loro allenatore, durante le danze, iniziò a toccarle pesantemente nelle parti intime. Di fronte a tale situazione, Niang si sarebbe limitato a ridacchiare.

Legge tollerante

D’altra parte – hanno confessato le dirette interessate – una denuncia alle autorità non avrebbe sortito alcun effetto, vista la frequenza di abusi e violenze sessuali sulle donne in Mali, nonché le normative assai tolleranti verso gli uomini che commettono tali crimini.

Aissata Tina Djibo, una delle ex star della nazionale maliana di basket femminile – che nel 2007 ha vinto il Campionato africano di basket – , ha dichiarato che allenatori e funzionari «non ti guardavano come una giocatrice di basket, ma come un boccone con cui fare sesso».

Il tema della violenza sulle donne nello sport non è certo argomento nuovo nel continente africano. Pochi mesi fa, in Sudafrica, le autorità hanno aperto vari fascicoli contro ex allenatori ed ex campioni di nuoto, accusati da più persone di essersi resi protagonisti di violenze sessuali contro giovani colleghe (molte di loro, anche in questo caso, al tempo dei fatti adolescenti fra i 12 e i 14 anni), secondo pratiche che risalirebbero addirittura agli anni Settanta e Ottanta.

In Nigeria, la Oshonaike, tre volte campionessa africana di ping-pong, ha confessato pochi mesi fa di essere stata violentata fisicamente e psicologicamente, sin dalla sua partecipazione alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, quando al tempo era ventunenne.

I numerosi casi che stanno venendo alla luce in tutto il continente dovrebbero innescare una seria riflessione e mettere in atto pratiche di tutela e di garanzia. Anche perché lo sport per molte ragazze significa anche affrancarsi da una società patriarcale e discriminartoria nei riguardi delle donne.

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