Mali: equilibrio precario - Nigrizia
Mali Politica e Società
La crisi politica e le sue ripercussioni internazionali
Mali: equilibrio precario
Il golpe di agosto ha portato alla nascita di un governo controllato, di fatto, dai militari, mentre il Movimento 5 giugno fatica a mantenere coerenza e unità essendo venuto meno il collante dell’opposizione a Keita. Se gli organismi africani si sono dimostrati afoni, colpisce il silenzio dell’Ue
30 Novembre 2020
Articolo di Luca Raineri
Tempo di lettura 7 minuti
Assimi Goita (Middle east online)
Il capo golpista Assimi Goita si è assicurato il ruolo di vice-presidente nel nuovo governo maliano nato sotto la stella militare. È lui la figura di rilievo dal giorno del golpe, il 18 agosto scorso

Il 18 agosto un colpo di mano fulmineo e relativamente incruento ha deposto il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keita (IBK). Gli eventi si sono svolti in maniera concitata: nella mattinata, alcune unità militari, acquartierate alle porte della capitale, si erano ammutinate ai loro superiori. Subito dopo, i rivoltosi accorrevano presso i palazzi del potere della capitale, e procedevano all’arresto di ministri e alti responsabili delle forze di sicurezza.

La decapitazione della catena di comando degli apparati statali ha dato il via allo scacco matto: i golpisti hanno accerchiato la residenza privata dove il presidente si era rifugiato con la famiglia e il primo ministro. La debole resistenza della guardia presidenziale è stata sopraffatta non da uno scontro a fuoco fratricida fra opposte fazioni dell’esercito maliano, bensì dal travolgente sostegno popolare tributato ai golpisti dalla folla accorsa sul luogo dell’assedio, che invocava a gran voce le dimissioni del presidente.

Con le spalle al muro, Keita ha annunciato in serata le proprie dimissioni e lo scioglimento del governo e del parlamento, scatenando manifestazioni di giubilo per le strade di Bamako. Alla testa dello stato è così subentrata una giunta militare di transizione, enfaticamente ribattezzata “Comitato nazionale per la salvezza del popolo” (Cnsp), e guidata da alti graduati delle forze di sicurezza maliane.

Crisi acuta

La deposizione manu militari delle autorità legalmente stabilite del Mali non è che l’atto finale in cui è precipitata una crisi politica che si consumava da mesi. L’elezione di Keita, riconfermato al termine del primo mandato nel 2018, era stata accettata con fatica dall’opposizione, che accusava la classe di governo di aver svuotato la democrazia, additando casi conclamati di corruzione e nepotismo.

Anche la comunità internazionale non nascondeva la crescente insofferenza nei confronti di un governo che si era mostrato inadatto, se non cinicamente ostile, a promuovere la stabilizzazione del paese, dal 2012 in preda a una spirale di spinte secessioniste, moti insurrezionali, scontri tribali e violenza dei gruppi terroristi.

Nella primavera del 2020, la scarsa affluenza (35% dell’elettorato) alle elezioni legislative – seppure contemperata da considerazioni di sicurezza relative agli scontri armati e all’arrivo della pandemia di Covid-19 – ha manifestato la sfiducia della popolazione nei confronti di una intera classe politica giudicata corrotta e autoreferenziale. La vittoria del partito di Keita è stata inquinata dal sospetto di brogli avvallati dalla Corte costituzionale, a sua volta controllata dal presidente, che ne nomina un terzo dei membri.

Ruolo del M5

Il malcontento diffuso si è presto riversato nelle strade: è la nascita del Movimento 5 giugno (M5), dal nome della data della prima apparizione pubblica. Incalzanti manifestazioni di piazza hanno compattato un fronte sociale composito, in cui convergevano esponenti del mondo della cultura, militanti di estrema sinistra, seguaci dell’islam politico, partiti liberali di opposizione, accomunati dalla richiesta di dimissioni del presidente, scioglimento del parlamento e nomina di un nuovo esecutivo.

Il leader di questo variegato movimento è stato presto identificato nella figura di Mahmoud Dicko, un carismatico imam salafita, noto per le sue sferzanti critiche contro la corruzione – morale e legale – della classe politica maliana.

Giocando abilmente sull’ambiguo confine fra integrità e integralismo, Dicko ha saputo negli anni cavalcare, alimentandolo, il malcontento nei confronti dei politici maliani, accusati di servilismo rispetto all’egemonia ideologica e politica dell’occidente, presentando al contempo l’islam radicale come un baluardo dei valori, dell’identità e della sovranità del popolo maliano.

Tardive e insufficienti si sono rivelate le iniziative di Keita per arginare il movimento: lo scioglimento della Corte costituzionale, l’offerta di un rimpasto di governo, gli aumenti salariali non sono bastati a ricomporre un quadro ormai profondamente polarizzato. A metà luglio, i manifestanti sono arrivati ad assaltare il parlamento. La brutale risposta delle forze di sicurezza, che ha fatto numerosi morti e feriti nelle file dei manifestanti, ha sancito una rottura che sembrava impossibile ricomporre.

Le profonde tensioni politiche che attraversavano il paese contribuiscono, perciò, a spiegare il senso di sollievo con cui larga parte della popolazione di Bamako, la capitale, ha accolto la notizia della deposizione del presidente IBK.

D’altra parte, è opportuno ricordare che nel Sahel i golpe militari non sono eventi inauditi, ma fanno parte del repertorio della contesa politica in una regione frequentemente attraversata da crisi costituzionali. L’ultimo si è verificato in Burkina Faso nel 2014-15, nello stesso Mali eventi analoghi si erano già prodotti nel 1991 e nel 2012, mentre in Niger ben 4 golpe militari si sono succeduti in 60 anni dall’ottenimento dell’indipendenza.

E tuttavia, nonostante l’entusiasmo iniziale dei manifestanti, il movimento M5 potrebbe essere il grande sconfitto di questa turbolenta transizione. Dall’indomani della presa del palazzo, i golpisti del Cnsp si sono mostrati prudenti – se non diffidenti – nei confronti del M5, mentre il movimento fatica a mantenere coerenza e unità essendo venuto meno il collante della comune opposizione a Keita. Significativamente, Dicko ha dichiarato di rinunciare a ogni velleità politica e di voler ritornare a essere semplicemente l’imam della sua comunità di quartiere.

Le abilità del Cnsp

Mentre si assestano gli equilibri sul fronte interno, il Cnsp ha dato prova di notevole abilità nel misurarsi con un contesto internazionale particolarmente instabile. Il Mali, infatti, ospita una delle più grandi missioni di peacekeeping dell’Onu; è sede di tre missioni militari internazionali di contro-terrorismo – tutte a guida francese – e beneficia di un cospicuo aiuto da parte dell’Unione europea finalizzato al ripristino della stabilità politica.

La deposizione del presidente Keita ha inizialmente suscitato timori e alimentato congetture di una operazione eterodiretta da spoiler spregiudicati come la Turchia e la Russia, volta a destabilizzare l’egemonia di Parigi nella regione. E tuttavia, il Cnsp si è immediatamente premurato di confermare le alleanze internazionali del Mali, mentre Parigi, pur condannando il golpe e auspicando un rapido ritorno alla legalità costituzionale, ha presto finito per accettare la realtà dei fatti, giudicando controproducente un ritorno di Keita.

Turbolenze regionali

Più intransigente è stata la reazione dei partner regionali del Mali, gli stati membri della Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao). Il golpe in Mali, infatti, rischia di creare un pericoloso precedente in una regione che si avvia verso una delicata transizione politica, scadenzata dalle elezioni presidenziali in programma a breve in Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea e Niger.

Il perdurante stato di emergenza in Burkina Faso, la criminalizzazione dell’opposizione in Niger, e le modifiche costituzionali in Costa d’Avorio e Guinea per consentire un terzo mandato ai presidenti in carica, rischiano di determinare turbolenze che potrebbero chiamare in causa il potere dirimente degli eserciti.

La Cedeao ha pertanto immediatamente imposto dure sanzioni economiche al Mali per piegare il Cnsp ad accettare una transizione di breve durata, guidata da un esecutivo civile, e finalizzata a traghettare il paese verso elezioni democratiche per ristabilire la legalità costituzionale.

La disponibilità di facciata del Cnsp fatica a celare l’ambizione dei militari a mantenere le redini del potere a Bamako: il 25 settembre è stato nominato un nuovo presidente, Bah N’Dow, un ex-militare in pensione, mentre il leader del Cnsp, Assimi Goita, si assicura il ruolo di vice-presidente.

Il nuovo governo proclamato il 5 ottobre, che pure è guidato dall’ex-alto funzionario internazionale, un civile, Moctar Ouane, riserva ai militari i dicasteri chiave: difesa, interni, riconciliazione nazionale, e amministrazione territoriale, quest’ultimo investito del delicato compito di organizzare le prossime elezioni. Tanto è bastato, tuttavia, a soddisfare la Cedeao, che il giorno stesso ha rimosso le sanzioni e riaperto le frontiere con il Mali.

Il silenzio di Bruxelles

Colpisce, nel frattempo, l’imbarazzato silenzio di Bruxelles. L’Ue è da anni impegnata in uno sforzo multimilionario – il più costoso mai intrapreso da una missione europea – per la ristrutturazione dell’apparato di sicurezza del Mali, travolto dalle fondamenta dalla crisi del 2012.

Eppure, sono proprio le stesse forze addestrate dell’Ue che negli ultimi anni si sono rese responsabili, e in maniera crescente, di gravi violazioni dei diritti umani spacciati per operazioni di controterrorismo, repressioni violente di manifestanti inermi, e attentato alle più alte cariche dello stato.

L’ossessione securitaria di Bruxelles si manifesta nella moltiplicazione delle architetture istituzionali che dovrebbero veicolare, inquadrare e coordinare l’aiuto europeo a Bamako: il G5 Sahel nel 2014, l’Alleanza per il Sahel nel 2017, il Partenariato per il Sahel nel 2019, e infine la Coalizione per il Sahel nel 2020.

La perdurante crisi del Mali manifesta l’inconsistenza di strategie articolate sul breve termine, utili più alla propaganda interna che alla soluzione dei problemi concreti. In questo contesto, il cammino della transizione rimane incerto.

(Pubblicato nel numero di novembre 2020)

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