I pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro – nell’ambito del processo per fatti di corruzione internazionale avvenuti nel 2011 intorno ai diritti di sfruttamento in Nigeria del blocco petrolifero Opl245, fatti che coinvolgono due compagnie petrolifere, l’italiana Eni e la britannica Shell – hanno chiesto al tribunale di Milano 8 anni di carcere per l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni.

Hanno chiesto inoltre 10 anni di carcere per l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete e 7 anni e 4 mesi per Roberto Casula, ex responsabile per le attività operative per la compagnia petrolifera italiana nell’area dell’Africa subsahariana. Tra i provvedimenti richiesti dall’accusa, anche la doppia confisca a Eni e Shell della cifra di 1 miliardo e 92 milioni di dollari, che sarebbe l’ammontare della tangente.

L’Eni in una nota ha rigettato le conclusioni dei pubblici ministeri ritenendole «prive di qualsiasi fondamento e basate su suggestioni e deduzioni». Secondo l’Eni, i pm «hanno ignorato che, in due anni di processo e oltre quaranta udienze, sia i testimoni sia la documentazione emersa hanno smentito le tesi accusatorie. Le difese dimostreranno che Eni e il suo management operarono in modo assolutamente corretto nell’operazione Opl245».

La Shell e Dan Etete

La seconda parte della lunga requisitoria dei pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro si è concentrata sul ruolo avuto dalla Shell, la più grande multinazionale europea, in tutta la vicenda. Per far ciò c’è stato bisogno di fare un salto indietro di oltre 20 anni, quando nel 1998 la licenza Opl245 viene assegnata per la prima a vari prestanomi e a Dan Etete, ministro del petrolio ai tempi del dittatore Sani Abacha. In teoria il prezzo era 20 milioni di dollari, ma Etete pagò poco più di 2 milioni, briciole, rispetto al valore miliardario del giacimento offshore.

Nel luglio 2001 la licenza fu revocata e poi assegnata a Shell un anno dopo. Ma il lungo e travagliato iter si complicò ulteriormente, con un arbitrato segnato da accuse di «presunte tangenti» pagate proprio da Shell, almeno a detta di Etete. La società uscì vincitrice, ma subì la revoca nel 2003.

Seguirono otto anni di tentativi della Shell di rimettere la mani su quello che è considerato uno dei giacimenti petroliferi più ricchi d’Africa, paragonato dal pm De Pasquale come valore economico addirittura al Duomo di Milano. Nel frattempo Dan Etete fu condannato per riciclaggio di denaro in Francia per l’affaire Bonny Island (che vide il coinvolgimento anche di Eni, costretta a pagare oltre 500 milioni di euro alla autorità di borsa americana a mo’ di transazione).

Spie all’opera

Sullo sfondo, ma nemmeno troppo, visto che rivendicava anch’egli dei diritti sulla licenza, c’era il figlio di Abacha, dittatore che aveva usato la Nigeria come salvadanaio. Nei negoziati a un certo punto entrarono in scena gli “MI6 Boys” di Shell, Guy Colegate e John Coplestone, due ex spie di alto livello che svolsero un ruolo attivo in tutta questa storia, così come altri uomini dei servizi: il potentissimo generale Gusau, figura apicale dei vertici dell’intelligence nigeriana, Ednand Agaev, uomo di Putin, e lo stesso Vincenzo Armanna, ex manager Eni e grande accusatore del cane a sei zampe, anch’egli per sua ammissione legato al mondo dei servizi segreti.

Proprio da email sequestrate durante la perquisizione della sede olandese di Shell nel 2016 – «un atto senza precedenti», come sottolineato da De Pasquale – emergerebbero varie affermazioni delle ex spie di sua Maestà britannica che farebbero riferimento a «pagamenti poco puliti» per il maxi-giacimento e che loro stessi «esplorarono i lati oscuri dell’affare dell’Opl245 e gli appetiti dei pubblici ufficiali, che erano un mucchio di squali attorno al boccone da un miliardo». D’altronde già alla firma del deal, il settimanale inglese The Economist definiva Opl245 un imbroglio e che il governo nigeriano era stato usato come «filtro» per evitare di avere «contatti» con un «criminale» come Etete.