Nigeria / Delta del Niger
La Shell oggi ha ammesso di aver sottostimato i danni ambientali provocati da due fughe di petrolio nel delta del Niger nel 2008. Ammissione importante in vista del processo che, a Londra nel prossimo maggio, deciderà sul risarcimento per la comunità di pescatori di Bodo. In più Alcuni documenti pubblicati da Amnesty International denunciano la negligenza della compagnia prima di quel disastro.

La multinazionale Royal Dutch Shell, il colosso petrolifero anglo-olandese, ha ammesso stamane che i danni ambientali causati da due fughe di petrolio nel delta del Niger in Nigeria nel 2008, sono stati sottostimati.
L’azienda internazionale non ha indicato nuovi dati sulla quantità di greggio fuoriuscita dai suoi impianti per valutare quello che è, a questo punto, il reale impatto ambientale.
La Shell aveva sempre sostenuto che tra il 2008 e il 2009 nei corsi d’acqua nel Rivers State, dove abita la comunità di pescatori di Bodo, si fosse riversato l’equivalente di 4144 barili di petrolio.

Oggi, però, con un comunicato della filiale nigeriana della compagnia è arrivata questa confessione che avrà sicuramente delle forti ripercussioni sul processo che si terrà a Londra nel prossimo mese di maggio sulla base di una class action intentata da 15 mila abitanti della comunità di Bodo, che reclamano ovviamente risarcimenti adeguati da parte della Shell.
Tutto si baserà sul calcolo dell’entità del danno, visto che già nel 2011 la multinazionale aveva riconosciuto una propria responsabilità per l’accaduto, contestando però le stime dello studio legale Leigh Day che difende le vittime, e accusando anche i furti di petrolio per le molte altre perdite che si sono verificate lungo le sue condotte. 

Da notare poi che l’ammissione arriva poco dopo alcune informazioni divulgate da Amnesty International, che è riuscita a procurarsi dei documenti dai quali si evince la sottovalutazione dell’incidente.
Amnesty International ha regolarmente smentito i dati della Shell fornendo alla compagnia fotografie, immagini satellitari e video della zona colpita. Ciò nonostante, come detto, la società aveva sempre proseguito a difendere i suoi dati fino ad oggi.
Per Amnesty, che si basa su una stima prodotta dagli statunitensi della Accufacts Inc., il quantitativo potrebbe essere enormemente più alto, si tratterebbe infatti di 100 mila barili. Anzi, come riporta il quotidiano nigeriano The Vanguard, l’anno scorso, i legali dei pescatori, hanno affermato addirittura che esperti indipendenti avevano stimato che le due fuoriuscite sarebbero tra i 500.000 e 600.000 barili.

I documenti pubblicati da Amnesty dimostrano che ci fu una forte negligenza da parte della Shell. Nel 2002 la società era stata informata dal proprio personale che andavano sostituite le tubature dell’oleodotto che attraversava il delta in quella zona, perché il rischio era alto. Tra gli atti, c’è un memorandum interno della Shell in cui si legge «Il futuro della maggior parte degli impianti è più o meno breve o inesistente, mentre le restanti sezioni presentano grandi rischi e pericoli».  Ma non si fece nulla fino a quando nel 2008, non si verificarono due esplosioni nel giro di pochi giorni riversando i migliaia di barili di petrolio di cui si parla oggi in quasi 1.000 ettari di mangrovie e distruggendo i mezzi di sostentamento degli abitanti di Bodo e delle zone limitrofe.
Dalla documentazione pubblicata da Amnesty, si apprende che la negligenza continuò anche dopo. In un altro documento interno datato 10 dicembre 2009, un impiegato della Shell mette in guardia: «La compagnia è del tutto esposta dato che da 15 anni sugli oleodotti dell’Ogoniland non c’è stata manutenzione adeguata né una verifica della loro integrità».
Eppure la multinazionale continuò ad attribuire (e lo fa anche oggi) la gran parte delle fuoriuscite dai suoi impianti ai sabotaggi, pur essendo pienamente a conoscenza delle cattive condizioni di manutenzione.
«Amnesty International ritiene fermamente che la Shell sapeva che i dati su Bodo erano sbagliati. Se invece lo ignorava, è stata scandalosamente negligente visto che le abbiamo fornito più volte le prove che avevano enormemente sottostimato le fuoriuscite di petrolio» ha dichiarato Audrey Gaughram, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International, che ha aggiunto: «La Shell ha rifiutato il confronto con noi e solo ora che si trova in un tribunale britannico è stata costretta a uscire allo scoperto».

Secondo i dati del governo nigeriano, ci sono stati più di 7.000 grosse perdite tra il 1970 e il 2000, e ci sono migliaia di piccole fuoriuscite. Il tutto e ancora in attesa di chiarimenti. Ma quando si tratta di soldi e interessi economici tutto è intorbidito, viscoso. Come il petrolio fra le mangrovie nel delta del Niger.

Nella foto in alto unn pescatore sulla sua canola naviga nelle acque inquinate del Niger (Fonte: cronacheinternazionali.com). Sopra una mappa della zona del Delta.

 

La Nigeria è il più grande produttore di greggio dell’Africa, ma gran parte della regione petrolifera del Delta del Niger rimane profondamente impoverita. 

Nel 2013, Shell ha prodotto 265.000 barili di petrolio al giorno in Nigeria, che rappresentano l’8,3% dei 3,2 milioni di barili di petrolio al giorno che produce. La zona è anche una delle più convenienti per la multinazionale. Il costo di produzione di un barile di petrolio in Africa l’anno scorso era di 14,43 dollari. Solo Asia e Oceania sono più economici. In Europa e negli Stati Uniti, il costo è di 17,66 e 21,57 dollari.