Como / Emergenza migranti
L’apertura a Como di un nuovo centro temporaneo di accoglienza ha solo spostato il problema da una parte all’altra della città. Delle centinaia di migranti che bivaccavano nel parco della stazione, alcuni se ne sono andati inseguendo il loro sogno: passare la frontiera e raggiungere il nord Europa. Molti altri, però, continuano ad arrivare. E, ad una settimana dalla sua apertura, il campo è già al massimo della capienza.

Non c’è stato bisogno di usare la forza: nel giro di quattro giorni – ovvero da quanto lunedì 19 settembre ha aperto a Como il nuovo centro di accoglienza governativo – il parco della stazione S. Giovanni è tornato ad essere semplicemente un prato. Sono state rimosse le coperte e le tende che, per settimane, avevano rappresentato l’unico riparto per centinaia di migranti rimasti bloccati in città dopo il respingimento alla frontiera svizzera.

Nessuna traccia degli ultimi migranti – per la maggior parte etiopi di etnia Oromo – che per giorni avevano rifiutato il trasferimento nel centro aperto dalla prefettura a circa 500 metri dalla stazione e dato in gestione – sul modello Ventimiglia – alla Croce rossa italiana. “Noi siamo arrivati fin qui per passare il confine e di qui non ce ne andiamo”, ci aveva raccontato Alì solo pochi giorni fa. Così non è stato: la paura di essere costretti forzatamente a lasciare il parco e ad entrare nel campo (dove comunque non vengono prese le impronte digitali), la preoccupazione di rimanere impantanati nella lentezza delle burocrazia, li ha spinti a far perdere le loro tracce. “Sono andati verso Milano e da lì probabilmente cercheranno altre strade per raggiungere il nord Europa”, ci confida un volontario rimasto con loro fino all’ultimo.

Gli arrivi continuano

E’ finita così, fortunatamente senza violenza, una fase importante per la città di Como, iniziata a luglio con l’arrivo dei primi tredici ragazzi eritrei e continuata con un flusso in costante crescita: la prefettura di Como ha parlato di 20 mila tentativi di passaggio alla frontiera dal maggio scorso. Si è trattato principalmente di persone provenienti dal Corno d’Africa (eritrei, somali ed etiopi), ma anche gambiani, guineani, nigeriani, ivoriani e sudanesi.

Non esiste un dato preciso sul numero dei migranti perché molti di loro hanno provato a passare il confine anche cinque, sei, dieci volte. La scorsa settimana sono stati 1.211 i tentativi di ingresso registrati dalle autorità svizzere, con 971 riammissioni verso l’Italia. Ad attenderli una snervante staffetta fatta di fermi, controlli (molti denunciano le umiliazioni subite al confine) e riammissioni che per alcuni si completano con trasferimento in pullman verso l’hotspot di Taranto. Viaggi che si ripetono con cadenza bisettimanale e che costano circa 20 mila euro alla settimana.

Nuove sfide

Ma nonostante l’apertura del nuovo campo e lo “sgombero” della stazione, nuove sfide già si aprono di fronte ad un flusso che non si ferma. Perché i cinquanta container sono già tutti pieni: 305 erano i migranti registrati ieri, a fronte di una capienza di trecento posti. E così, un gruppo di 45 persone, ieri sera è rimasto fuori e, non potendo più ripararsi nelle tende del parco, è finito a bussare alle porte della parrocchia del quartiere di Rebbio, da mesi in prima linea nell’accoglienza soprattutto dei minori non accompagnati. “Abbiamo accolto queste persone nel cuore della notte – racconta il parroco don Giusto Della Valle -, ma la situazione è grave, non possiamo andare avanti così. Il campo è già pieno e la gente continua ad arrivare”.

Al momento nei locali della parrocchia sono ospitati circa 70 minori non accompagnati che vengono consegnati al parroco direttamente dalla polizia di frontiera, che li riceve a sua volta dalle guardie svizzere. “Dall’inizio di questa emergenza – continua Della Valle – sono passati da qui circa 550 minori. Di questi solo una ventina hanno accettato di essere trasferiti in comunità per minori, altri venti sono in attesa che si trovino comunità pronte ad accoglierli, perché nel territorio di Como non esistono centri preposti e quindi bisogna rivolgersi ad altre province. Tutti gli altri hanno fatto perdere le loro tracce”.

Intanto nel campo si sta cercando di avviare il lavoro di mediazione legale, coordinato dalla Caritas diocesana, per informare i migranti dei loro diritti e delle possibilità offerte dalla normativa italiana ed europea, anche se la maggior parte sembra aver un unico desiderio: passare il confine.

Un’altra Ventimiglia

La preoccupazione è che un campo pensato come luogo temporaneo, possa trasformarsi in uno spazio in cui rimanere per mesi. Una situazione analoga a quella di Ventimiglia, dove il campo aperto a luglio nell’area Rojia è sempre più sovraffollato. “Siamo a quasi 800 persone accolte, a fronte di una capienza di 650”, racconta il direttore della Caritas di Ventimiglia Maurizio Marmo. “Per trovare un posto a tutti – aggiunge – sono state messe delle brandine all’aperto, sotto il cavalcavia che sovrasta una parte del campo”.

I numeri sono in crescita anche a causa della difficoltà di trasferire i migranti che accettano di fare richiesta di asilo. “La maggior parte dei migranti – continua Marmo – prova a passare il confine, ma non so dire quanti siano riusciti effettivamente ad entrare in Francia e quanti siano stati portati dalla frontiera verso il sud Italia. Quelli che hanno fatto richiesta di asilo o di re-location sono molto pochi, ma anche loro sono ancora qui perché si fatica a trovare strutture dove trasferirli. Credo questo sia uno dei motivi che scoraggia gli altri migranti a fare lo stesso”. Perché le frontiere cambiano, ma la fragilità del sistema appare la stessa.