Rapporto Human Rights Watch
L’organizzazione Human Rights Watch torna a denunciare l’“inferno senza scampo” in cui sono costretti i migranti detenuti nei centri del paese nordafricano, puntando il dito in particolare contro le politiche di chiusura e di supporto alla guardia costiera libica, del governo italiano.

Ieri attraverso uno dei suoi tanti post su Facebook, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha commentato l’operazione di salvataggio condotta dalla Libia, in cui sono stati recuperati 393 migranti. Il vicepremier ha applaudito l’operazione di soccorso che ha riportato sul suolo libico i naufraghi sani e salvi. I problemi però iniziano qui.

In un report pubblicato sempre ieri ed intitolato “L’inferno senza scampo. Le politiche dell’Unione Europea contribuiscono agli abusi sui migranti in Libia”, Human Rights Watch (HRW) è tornata a denunciare il ciclo di “abusi estremi”, tra cui detenzione arbitraria, tortura, violenza sessuale, estorsione e lavoro forzato, che ha luogo nello stato nordafricano. Secondo lo studio dell’osservatorio “il supporto dell’UE e dell’Italia alla guardia costiera libica dà un contributo fondamentale all’intercettazione dei migranti e dei richiedenti asilo e alla loro successiva detenzione in un sistema arbitrario e costellato di violenze”.

Nelle 71 pagine del rapporto, i ricercatori hanno documentato condizioni disumane che includono problemi di sovraffollamento, assenza di cure mediche adeguate, condizioni igieniche insufficienti, diffusi casi di malnutrizione e inquietanti resoconti di violenze da parte delle autorità, comprese percosse, frustate e uso di scosse elettriche. La pubblicazione dell’osservatorio – che ha condotto la propria ricerca in quattro diversi campi di detenzione, quelli di Ain Zara, Tajoura, Zuwara e Misurata (tutti controllati dal Dipartimento per la lotta all’immigrazione illegale del governo di unità nazionale libico), ed ha complessivamente intervistato 33 donne, 66 uomini e 8 minori non accompagnati – accusa in particolare l’Italia di “abdicare le proprie responsabilità per il coordinamento delle operazioni di salvataggio in mare, nel tentativo di limitare il numero di persone che arrivano sulle sue coste europee”.

Il direttore associato dell’HRW, Judith Sunderland ribadendo con forza la responsabilità europea per quanto sta avvenendo, ha riferito che «i migranti e i richiedenti asilo in Libia, compresi i bambini, sono prigionieri di un incubo, e l’operato dell’Unione Europea non fa che perpetuare il sistema di detenzione anziché liberare le persone dalle condizioni di abuso in cui si trovano». Sunderland ha poi riferito che «i leader europei conoscono bene lo stato delle cose in Libia, ma continuano a fornire sostegno politico e materiale per mantenere in piedi un sistema malato; per evitare di rendersi complici di gravi violazioni dei diritti umani, l’Italia e i suoi partner dell’UE dovrebbero ripensare la propria strategia, incoraggiare delle riforme radicali ed esigere la fine della detenzione automatica».

Nonostante la celere risposta da parte della Commissione europea, che ha ribadito come il dialogo tra l’Unione e la Libia sia incentrato sul fondamentale rispetto dei diritti umani, il commissario per le migrazioni Avramopulos, già nel 2017 si era detto «consapevole delle terribili condizioni in cui vivono molti migranti sul suolo libico». Sulla questione è successivamente intervenuto anche l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, il quale ha dichiarato che «alla luce dell’attuale contesto, in cui prevalgono scontri violenti e diffuse violazioni dei diritti umani, i migranti e i rifugiati soccorsi non devono fare ritorno in Libia».

Nella foto: una stanza gremita di migranti al centro di detenzione Tariq Al-Matar, alla periferia della capitale libica Tripoli, nel novembre 2017. (AFP / Taha Jawashi – guardian.ng )