Arrestati e torturati nel 2005
L’ong Human Rights Watch torna chiedere giustizia su un orrendo massacro di migranti consumatosi quasi 14 anni fa in Gambia.

È stato veramente un tragico destino quello toccato a più di cinquanta migranti clandestini, che durante la traversata intrapresa dal Senegal nel tentativo di raggiungere le coste della Spagna, la mattina del 22 luglio 2005 ebbero la sventura di approdare sulla terraferma della città di Barra, sulla sponda opposta del fiume Gambia, antistante la capitale Banjul.

Gli sfortunati naufraghi furono fermati dalla Marina gambiana proprio mentre i servizi segreti locali avevano ricevuto un allarme per un possibile golpe ai danni dell’allora presidente ed ex-campione di wrestling Yahya Jammeh.

L’ex uomo forte di Banjul era ossessionato dall’eventualità di un colpo di stato, forse perché nel 1984 era salito al potere proprio con un golpe, che gli ha permesso di governare per 22 anni il Gambia come un feudo personale. Oltre due decadi di regime, costellate da innumerevoli casi di gravi violazioni dei diritti umani, sparizioni forzate, omicidi extragiudiziali e detenzioni arbitrarie.

In questo sistema di governo, i migranti furono consegnati ai junglers, gli squadroni paramilitari della morte agli ordini dell’ex presidente, che ne uccisero subito otto. I restanti furono divisi in due gruppi e condotti nei pressi dei villaggi di Brufut e Ghana Town (una sorta di colonia abitata da ghanesi espatriati in Gambia), dove furono giustiziati a coltellate, colpi d’ascia e di machete, per essere poi gettati in una fossa comune. Non prima, però, di aver subito per una settimana indicibili torture, nel tentativo di carpire loro i dettagli del presunto piano sovversivo.

Lo scorso maggio Human rights watch (Hrw) e Trial international hanno diffuso un dettagliato report che accusa Jammeh di aver ordinato direttamente il massacro. Un’accusa basata sulla testimonianza di trenta ex ufficiali vicini all’ex presidente, undici dei quali direttamente coinvolti nelle barbare esecuzioni, che avvennero con l’assenso dei responsabili della polizia, dell’intelligence e della guardia nazionale.

A raccontare per la prima volta la terribile vicenda a Hrw è stato Martin Kyere, ghanese, unico sopravvissuto all’eccidio. Prima detenuto nella stazione di polizia, portato poi nella foresta per essere giustiziato insieme ai suoi compagni di sventura, Kyere riuscì a scappare in maniera rocambolesca, saltando giù dal camion che trasportava i migranti detenuti prima dell’esecuzione.

Naturalmente, Kyere chiede di far luce sulla tragica vicenda e la scorsa settimana cinque osservatori per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno esortato l’organismo sovranazionale e la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) a pubblicare il suo rapporto sul massacro, redatto nel 2009. «Perché questo rapporto è ancora segreto? Chi stanno proteggendo le Nazioni Unite e l’Ecowas?», ha chiesto Kyere.

All’epoca dei fatti, si crearono forti tensioni tra Gambia e Ghana, paese di origine di 44 dei migranti massacrati, di cui a distanza di tanti anni non è stato ancora possibile determinare il numero con certezza. Sembra che oltre ai 44 ghanesi il gruppo includesse anche 10 nigeriani, 2 o 3 ivoriani, 2 senegalesi e 1 togolese.

Dopo che il governo di Jammeh bloccò il tentativo del Ghana di investigare sull’accaduto, l’Onu e l’Ecowas formarono una squadra investigativa congiunta, che nell’aprile 2009 stilò un rapporto, che non è mai stato reso pubblico.

Il bollettino del dipartimento degli Affari pubblici delle Nazioni Unite riportò che il rapporto inedito concludeva che il governo gambiano non era “direttamente o indirettamente complice” nella strage, addossandone tutta la responsabilità a “elementi canaglia” dei servizi di sicurezza gambiani.

Forse è arrivato il momento di pubblicare questo documento che fino ad oggi è stato l’unico passo avanti fatto per accertare le responsabilità dell’orrendo crimine e rendere giustizia ai familiari delle vittime.

Nella foto: Martin Kyere, ghanese, unico sopravvissuto all’eccidio.