Solo liberando le persone dal ricatto di un contratto qualsiasi, subìto e a qualunque costo sarà possibile far venire alla luce quegli stranieri che vivono da emarginati nelle nostre città e campagne

Siamo tornati a parlare di regolarizzazione degli immigrati irregolari. Un numero stimato in 500-600 mila persone, frutto non della scelta dei migranti di rimanere senza permesso di soggiorno, bensì della irrazionalità di una normativa sugli ingressi e i soggiorni che, mai riformata in modo adeguato, negli ultimi 20 anni ha prodotto irregolarità e marginalità sociale rallentando la crescita economica, culturale e sociale del paese.

Chi sono infatti questi “irregolari”? Anche se ogni tipizzazione generale non restituisce la complessità delle storie individuali, possiamo individuare 4 macrocategorie. La prima è rappresentata da chi, in assenza di canali regolari di ingresso per lavoro (i già inefficaci decreti-flussi si sono progressivamente ridotti nel corso del decennio 2010-2019 fino a inaridirsi del tutto) è entrato irregolarmente in Italia per finire nel mercato del lavoro nero senza poterne mai uscirne.

La seconda comprende chi, invece, è entrato regolarmente ma, scaduto il breve periodo di validità del titolo di soggiorno, è rimasto a vivere nel nostro paese e, anche in presenza della possibilità di ottenere un lavoro regolare, non ha potuto stipulare alcun contratto perché gli era impedito dalla legge.

La terza categoria è quella di chi vive in Italia da molti anni, ma che per vicissitudini personali o per la difficoltà – accresciuta dalla crisi economica – a trovare un lavoro che consenta di avere un reddito sufficiente a rinnovare il permesso di soggiorno, ha perso la regolarità di soggiorno e, invece di essere supportato nel recuperare una regolarità di soggiorno (e di vita) è stato spinto da una normativa brutale verso l’unico orizzonte che gli rimaneva, ovvero lo sfruttamento sul lavoro e l’invisibilità sociale.

Infine, l’ultima categoria, frutto della cancellazione della protezione umanitaria operata, in chiaro contrasto con il diritto d’asilo come configurato dall’art. 10 terzo comma della Costituzione, dalla L. 132/2018, più nota come primo decreto (in)sicurezza. Si tratta di coloro ai quali è stata negata questa forma di protezione e che, vedendosi annullare percorsi di inclusione sociale che avevano attuato come richiedenti asilo, sono gettati nella clandestinità anche se è noto a tutti che si tratta di persone che non torneranno nei loro paesi di origine.

Salvo che per l’ultima nuova categoria, le ragioni della produzione incessante di irregolarità sono oggi le medesime del decennio precedente e, per certi aspetti, pure a quelle del decennio ancora precedente. Irregolarità che hanno costretto i vari governi, di diverso orientamento politico, ad assumere da più di 20 anni provvedimenti di regolarizzazione più o meno ampi.

Se avessimo voluto veramente uscire da questa infinita storia di errori, la nuova regolarizzazione, approvata a metà maggio, avrebbe dovuto essere nettamente diversa da quelle che l’hanno preceduta. Così non è stato, avendo previsto l’emersione dal lavoro nero solo in alcuni settori – quali l’agricoltura e l’assistenza alla persona – tagliando fuori, senza alcuna ragione etica e giuridica, i lavoratori in altri settori.

Ma non sarebbe stato sufficiente neppure prevedere solo l’emersione da qualunque lavoro in nero, per evitare, come ampiamente accaduto in passato, la produzione di contratti di lavoro finti, pagati dagli stessi migranti o di contratti di lavoro che mantengono, e persino rafforzano, la condizione di sfruttamento del migrante che, a fronte del contratto, si vede costretto a lavorare di più di quanto previsto dal contratto stesso e/o a pagarsi i contributi previdenziali in cambio della “benevolenza ricevuta”.

Accanto alla regolarizzazione dei rapporti di lavoro nero andava resa possibile una emersione legata alla sola presenza del cittadino straniero sul territorio dello stato all’inizio dell’attuale epidemia, prevedendo il rilascio di un permesso di soggiorno per “attesa occupazione” (o di ricerca lavoro come è meglio chiamarlo) a chi il lavoro oggi non lo ha, neppure in “nero”, ma anche per chi invece il lavoro in “nero” ce l’ha ma vuole fuggire da una condizione di semi-schiavitù o da un lavoro umiliante e mal pagato.

Solo liberando le persone dal ricatto di un contratto qualsiasi, subìto e a qualunque costo, è possibile far venire alla luce e ridare dignità a quel mezzo milione di invisibili che vive nelle nostre città e nelle campagne e non accede, di fatto, alla sanità pubblica per timore di essere segnalato alla polizia, nonostante l’ottima, ma spesso inapplicata, normativa che assicura cure urgenti ed essenziali con tassativo divieto di segnalazione (D.Lgs 286/98, art.35).

La situazione attuale, di mancato accesso di fatto alle misure di prevenzione per un enorme numero di migranti è esplosiva ed è folle continuare a non affrontarla in un’ottica di sanità pubblica.

Pur consapevole della durezza dello scontro politico interno al governo che ha portato al compromesso attuale, non posso, con onestà intellettuale, non osservare, dunque, che anche stavolta non siamo di fronte a una regolarizzazione efficace ed equa pensata quale primo passo per produrre subito dopo un cambiamento dell’impianto normativo vigente che ci renda capaci di gestire le migrazioni, ovvero il più grande cambiamento sociale del tempo in cui viviamo. Un cambiamento che possiamo gestire e indirizzare. Ma non impedire.