Le miniere in Nigeria (ma evidentemente non solo in quel paese) sono una maledizione. Secondo un’inchiesta dell’Institute for Security Studies (ISS) l’80% delle attività minerarie nelle regioni nord occidentali del paese sono di tipo illegale, con un’estrazione fatta su base artigianale e che coinvolge le popolazioni locali. Ma ora anche regioni nel centro e nel sud-ovest del paese stanno affrontando una crisi crescente.

Tutto questo – che nel corso degli anni è diventata la norma nel settore aurifero – non va certo a vantaggio di chi fa il lavoro sporco (ore ed ore in caverne e anfratti a scavare e portare alla luce l’oro) ma di aziende private sfruttatrici, la maggior parte cinesi, che operano con il consenso implicito (e ben pagato) delle amministrazioni locali. Una situazione che ha fatto crescere lo stato di insicurezza in gran parte della Nigeria, insicurezza legata all’incremento di azioni criminali per accaparrarsi le aree di sfruttamento e di atti di banditismo e violenza verso la popolazione.

Processo piramidale

Un interessante lavoro pubblicato lo scorso anno da ENACT (organizzazione che si occupa di crimine transnazionale) mostra una piramide che esprime tutti gli attori (pesci piccoli e pesci grandi) implicati nel processo.

Si va dagli ancillary workers, i lavoratori (spesso bambini) alla base della piramide, senza voce e senza diritti, si passa ai vari stakeholders – proprietari della terra, delle miniere, gli agenti compratori locali, le autorità tradizionali, le forze dell’esercito governativo -via via in alto verso le élite politiche, i compratori internazionali e i consumatori, insomma chi acquista il prodotto finale.

Una piramide che fa capire, quindi, quante persone sono coinvolte in questo processo di sfruttamento del territorio ma – come sempre avviene in un rapporto piramidale – c’è chi ci guadagna e chi ci perde. Anche la vita.

Il grafico, estratto dal rapporto di ENACT, indica il numero stimato di miniere artigianali e su piccola scala (Artisanal and small-scale mining – ASM) in Africa

Mille morti all’anno

Gli stati più compromessi in questa lotta ad accaparrarsi le miniere e l’oro sono quelli di Kaduna, Katsina, Kebbi, Plateau e Zamfara. In quest’ultimo, in particolare, il divieto di estrazione artigianale del governo e lo spiegamento dei soldati per farlo rispettare non ha dato i risultati sperati. Anzi. Il conflitto in corso da molti anni si è incancrenito e le ultime stime parlano di 5mila persone uccise negli ultimi 5 anni.

Di tanto in tanto finiscono in manette anche cittadini cinesi ma se negli anni le violenze e vittime sono aumentate, vuol dire che è aumentata anche l’attività mineraria, più che i controlli. Il problema, come dimostrano ricerche e interviste condotte sul campo, è la forte interconnessione tra i politici locali e le aziende minerarie straniere che si avvantaggiano di accordi in loco.

Accordi che dimostrano non la protezione dell’ambiente e dei minatori, ma delle aziende. Nel tempo, dunque, si è consolidata una sorta di copertura di violazioni e illegalità, dando di fatto concessioni (a forza di mazzette) e via libera con trattative private a chiunque.

Attacchi alle popolazioni per liberare il terreno 

Un altro elemento che aiuta a capire cosa davvero sta succedendo in quei territori è quanto raccontato da chi è stato costretto a lasciare le proprie case o continua a convivere con il terrore, che evidenzia l’aumento del banditismo.

Gruppi di persone armate fanno irruzione in villaggi e piccoli centri distruggendo le terre e rubando il bestiame, attività criminali orientate a spaventare e cacciar via la popolazione da territori dove è stata accertata la presenza dell’oro e che quindi sono già stati segretamente appaltati da leader locali, o addirittura a livello governativo, compiacenti.  

E non è un caso se negli ultimi anni è andato aumentando il numero di stupri in queste aree. Qualche giorno fa i governatori della Nigeria hanno dichiarato lo stato di emergenza in tutti i 36 stati che compongono il paese. Una “crisi nazionale” è stata definita, crisi che nelle zone minerarie va avanti da molto, molto tempo.  

I conflitti che il governo e anche i media spesso giudicano superficialmente come locali e legati a tensioni tribali, sono in realtà provocati dalle estrazioni illegali e dal mercato nero dell’oro che alla fine, in un circolo vizioso, va a finanziare e alimentare i gruppi armati.

In realtà, sul banco degli imputanti dovrebbe esserci la governance del paese, dove per governance si intendono le leadership che chiudono un occhio (o anche entrambi) e non riescono ad affrontare problemi come la disoccupazione giovanile o anche la mancanza di fiducia nelle istituzioni che porta i cittadini a cercare altrove certezze e reddito.

Ramificazioni ad ogni livello 

Mancati controlli, inadeguatezza delle leggi (o anche mancata applicazione di norme contro l’estrazione illegale, che pure esistono) favoriscono l’esportazione del minerale verso Dubai – dicono gli esperti – passando per il confinante Niger e il vicino Togo, attraversando il Benin. Insomma, in Nigeria la rete criminale che gira intorno alle miniere d’oro mostra ramificazioni ad ogni livello.

Una ramificazione che fa sentire forti le compagnie cinesi se, qualche giorno fa, il governo nigeriano ha ricevuto pressioni per il rilascio di cittadini cinesi arrestati nello Stato di Zamfara, accusati di estrazione illegale. “Un sabotaggio economico” ha definito tale attività estrattiva il ministro dello Sviluppo delle miniere, Olamilekan Adegbite, che ha annunciato di voler incontrare rappresentanti del governo cinese per discutere tale questione.  

Leggi contradditorie 

Il lavoro dell’ISS fa comunque notare la contraddizione dei quadri legali e normativi della Nigeria. Si tratta di leggi che attribuiscono la proprietà di tutte le risorse minerarie ai governi federali anziché a quello statale. In pratica i governi (dunque i governatori) federali detengono la proprietà e il controllo assoluto sulle risorse minerarie nel paese, incluso il processo di estrazione.

Questo rende difficile, se non impossibile, l’intervento dello Stato centrale. Modificare la legge – e assegnare dunque il controllo delle risorse minerarie al governo statale – potrebbe essere il primo passo per modificare quelle che nel tempo si sono rivelate storture e un potere mal utilizzato.  

Proteste inascoltate 

L’insicurezza nel nord ieri ha scatenato massicce proteste in alcune aree dello Stato di Katsina. Migliaia di giovani sono scesi in piazza contro gli omicidi – così li hanno definiti – e i continui saccheggi, ruberie e stupri da parte di gruppi armati. Proprio ieri l’Unione europea aveva condannato i continui attacchi sui civili. Il capo di Stato ha risposto alle dimostrazioni con un «Siate pazienti, stiamo facendo il possibile per affrontare l’insicurezza nell’area». 

Ma l’insicurezza nel paese e soprattutto nelle regioni del Nord è fortemente legata anche alle azioni di Boko Haram, soprattutto nelle aree di Kano e Borno. Il presidente Muhammed Buhari ha spesso parlato alla stampa dei successi con il gruppo jihadista arrivando a dichiarare lo scorso anno che il gruppo era stato “tecnicamente sconfitto”.

Non è proprio così. Secondo il Global conflict tracker, che lavora su varie fonti, le azioni del gruppo terroristico hanno provocato, da maggio 2011, 37.500 vittime; 2.5 milioni di persone sono gli sfollati nel bacino del lago Chad; 244mila i rifugiati. Senza parlare dei continui rapimenti di donne e bambini, spesso neanche segnalati alla stampa.