AL-NUQTA – GENNAIO 2019
Elena Balatti

Lo scorso 12 settembre è stata apposta la firma all’ennesimo accordo di pace per il Sud Sudan con lo scopo di porre fine alla guerra civile in corso dalla fine del 2013. Attualmente i combattimenti sono quasi del tutto cessati e si notano miglioramenti delle condizioni di sicurezza in varie regioni del paese.

In Sud Sudan opera una delle più grandi missioni di pace dell’Onu, con un effettivo di oltre 18mila persone. In queste settimane, conversando con un ufficiale dei Caschi Blu mi sono azzardata a osservare che dopo la firma della pace ci si poteva aspettare un progressivo ridimensionamento del contingente Onu.

Mi attendevo una conferma e un’espressione di sollievo alla prospettiva di un miglioramento della situazione che ha visto un numero incalcolabile di vittime, fatto fuggire all’estero più di due milioni di persone, creato centinaia di migliaia di profughi interni e generato una acuta crisi economica.

Il mio interlocutore, di cui non è opportuno rivelare l’identità, mi ha invece risposto pacatamente che il ridimensionamento è un discorso complesso: non va effettuato nell’immediato e comunque richiede cautela perché per non poche nazioni le missioni Onu rappresentano una possibilità di impiego per i loro militari (!). Sono rimasta un po’ scioccata, pur essendo consapevole che spesso nelle decisioni politiche la “ragion di stato” pesa di più delle considerazioni di carattere etico.

“Pace” (negoziati per la pace, pregare per la pace) è forse il termine più usato ufficialmente in Sud Sudan in questi ultimi anni e ora che si sta aprendo una prospettiva di speranza davo per scontato che la missione di pace fosse la prima a rallegrarsene. Ma pare che non per tutti sia così.

Mi sono venuti alla mente articoli e analisi sulla necessità di una riforma delle missioni Onu, missioni che sono oggetto di critiche sia all’interno dell’organizzazione sia all’esterno. Negli ultimi vent’anni hanno conosciuto un’espansione geografica e numerica significative, che si riflettono negli elevatissimi costi. Ci si chiede se siano davvero funzionali allo scopo primario di favorire e mantenere la pace.

Gli apparati militari, per i quali queste missioni rappresentano anche una possibilità di impiego per i loro soldati, hanno veramente interesse a che cessino guerre e conflitti? Non è facile rispondere in maniera netta. Le Nazioni Unite sono nate dopo la Seconda guerra mondiale, appunto per prevenire un’altra simile tragedia. La pace nel mondo era e rimane la priorità dell’istituzione. Come ciò venga in pratica declinato lascia a volte a desiderare.

In questi difficili anni di guerra e di contrapposizioni politiche ed etniche in Sud Sudan, anche noi missionari abbiamo beneficiato dell’aiuto, soprattutto logistico, della missione Onu. Sui loro aerei ed elicotteri, ad esempio, abbiamo potuto visitare popolazioni in aree non altrimenti raggiungibili e abbiamo tacitamente approvato le loro prese di posizione sulle gravi violazioni dei diritti umani attuate dalle forze in campo. Questi sono di certo contributi alla pace, ma non bastano a far cessare gli interrogativi di coscienza sull’impatto effettivo e la necessità della folta presenza di questi “operatori di pace”.