Missione è liberare i braccianti dal lavoro schiavo - Nigrizia
Chiesa e Missione Editoriali Migrazioni
L'editoriale di settembre 2021
Missione è liberare i braccianti dal lavoro schiavo
27 Agosto 2021
Articolo di Filippo Ivardi Ganapini
Tempo di lettura 4 minuti
Bracciante agricolo

Ai primi di agosto – mentre la Tunisia è al collasso politico, sociale, economico e sanitario – incontriamo Adel, che da quella terra è dovuto scappare, mentre raccoglie angurie nelle campagne attorno a Nardò, in fondo alla Puglia. Poco prima, nel ghetto di Torretta Antonacci, nelle campagne tra San Severo e Foggia, abbiamo incrociato Souleymane, nigeriano, la schiena piegata nella raccolta dei pomodori e la radio accesa per ascoltare le ultime vicende del suo paese d’origine travolto dalle rivendicazioni di pane, libertà e giustizia da parte dei giovani e dagli attacchi jihadisti al nord.

Ahmed invece, sudanese, dal suo orto dentro il ghetto di Borgo Mezzanone, nelle campagne della periferia di Foggia, ci confida che ha speranza nella transizione in corso nel suo paese, nonostante mille difficoltà, e confida che a breve l’ex presidente Omar El-Bashir, destituito dopo massicce manifestazioni popolari nell’aprile del 2019, compaia sul banco degli imputati della Corte penale internazionale.

Per Nigrizia e per il Cantiere Casa Comune calpestare la terra senza diritti dei braccianti nei ghetti d’Italia, veri e propri insediamenti informali degradati dove la vita scorre al limite dell’umano e lo stato non esiste o quasi, è affondare il passo e il cuore dentro il mondo sommerso e spesso invisibile degli schiavi di oggi – tra loro moltissimi africani – a due passi da noi.

Per ascoltarne il grido e rilanciarlo nelle piazze delle nostre coscienze anestetizzate e sui sentieri tortuosi di una Chiesa che vuole intraprendere un cammino sinodale, ma che fa tanta fatica a far propri il passo e i drammi dei dannati della terra. E a dare un respiro politico a una lotta di umanità, di diritti e di giustizia.

Incontrare i volti degli schiavi è anche intercettare storie, lacrime e sogni sempre saldamente legati alle vicende e alle sfide delle loro terre, famiglie e popoli. Alla loro gente inviano ingenti rimesse che attenuano l’impatto devastante della pandemia sulle economie del Sud del mondo, mentre assicurano agli italiani il comfort di frutta e verdura su tavole ben imbandite.

Questi volti e queste storie toccano il cuore della missione. Come ai tempi di san Daniele Comboni ci sentiamo, come missionari, chiamati a liberare gli schiavi in una missione dal volto sempre più globale e interconnesso.

Là nel continente africano e qui in Italia e in Europa con una presenza che affianca le lotte dei movimenti popolari, del mondo dell’associazionismo e della società civile organizzata, il Dio della vita invita noi, suoi missionari, a scendere nei campi italiani, dove oltre 200mila braccianti sono sfruttati da mafie e caporalato, per liberare gli schiavi di oggi, come fu per Mosè nel suo tempo (Es 3,8).

Dopo quasi due anni lascio la direzione di Nigrizia. A te che leggi il mio ultimo spunto da questa colonna, ai tanti amici e amiche, collaboratori e collaboratrici un grazie dal cuore per questo tratto di strada insieme e il mio abbraccio di pace. La missione e la lotta continuano.


Omar El-Bashir

Aveva preso il potere in Sudan con un colpo di stato nel 1989. Dopo trent’anni, in seguito alle massive e prolungate manifestazione di giovani, donne, professionisti e società civile, iniziate nel dicembre del 2018 per l’aumento del prezzo del pane e per una grave crisi politica, economica e sociale, El-Bashir è stato arrestato e ha lasciato il posto a un governo misto composto da militari e civili per un mandato di transizione.

L’11 agosto scorso la ministra sudanese degli esteri, Mariam al-Mahdi, ha reso pubblica la decisione del governo di consegnare l’ex presidente, insieme ad altri politici incriminati, alla Corte penale internazionale dell’Aia dove è sotto accusa per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra compiuti durante il conflitto, scoppiato nel 2003 nella regione del Darfur.

 

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