La scommessa del presidente Kais Saied è riuscita: durante la giornata di domenica 8 agosto, più di mezzo milione di persone sono state vaccinate in Tunisia grazie alla collaborazione tra militari e società civile. Rispetto ad un mese fa, quando la quarta ondata di Covid-19 raggiungeva il suo picco, il paese dispone ora di migliaia di dosi in più grazie ai doni di diversi paesi, tra cui anche Italia e Francia che le hanno finalmente inviate servendosi (anche se troppo tardi) del meccanismo Covax.

Il paragone con la giornata organizzata appena tre settimane prima dall’allora ministro della sanità Faouzi Mehdi sorge comunque spontaneo: il 20 giugno, la giornata di open day vaccinale senza limiti d’età ha garantito il vaccino solo per pochi fortunati tra i presenti, creando ore di coda e assembramenti di fronte ai centri vaccinali e tensione per accaparrarsi le poche dosi di Astra-Zeneca e Sinopharm messe a disposizione.

Proprio a seguito di questi episodi, un mese prima del colpo di mano di Saied, veniva mandato a casa un altro ministro del governo di Hichem Mechichi, quello della sanità, licenziato a conclusione dell’open day. La giornata del 20 giugno ha alimentato le polemiche su inefficienza e malagestione da parte del governo di un’emergenza sanitaria senza precedenti.

Per settimane, la Tunisia ha continuato a registrare numeri da record se paragonati alla popolazione del paese, raggiungendo il triste primato di primo paese per tasso di mortalità sul continente africano. Domenica, Saied ha tentato di fare l’esatto opposto, aiutato sicuramente da una diffusione più contenuta dei contagi rispetto a qualche settimana fa e da una maggiore disponibilità di vaccini.

Crisi politico-istituzionale

Dal 25 luglio, giorno in cui il presidente tunisino ha deciso di congelare le attività del parlamento e licenziare il primo ministro, Saied ha dato il via ad una serie di purghe premendo l’acceleratore su varie inchieste giudiziarie. Nel mirino della giustizia militare, a cui il presidente fa continuamente ricorso, sono finiti diversi esponenti dell’ex partito di maggioranza Ennahda e del suo alleato ultraconservatore al-Karama. Sono quattro i deputati di al-Karama privati dell’immunità parlamentare contro cui è stato emesso un mandato d’arresto.

Nel frattempo, il partito d’ispirazione islamista Ennahda si è spaccato proprio attorno alla figura di Rached Ghannouchi, leader della formazione nonché presidente del parlamento, rimasto vuoto in queste ultime due settimane. Dopo aver dichiarato che la decisione di Saied rappresenta un «colpo di stato» – con tanto di sit-in davanti al parlamento – Ghannouchi la scorsa settimana ha fatto sapere di aver cambiato idea, moderando i termini nel tentativo di scendere a patti con il presidente.

Mentre girava voce che parte del consiglio della Shura volesse sbarazzarsi del leader ingombrante al centro di tutte le polemiche, Ghannouchi non ha fatto che rimandarne la seduta per giorni. Infine, questa si è tenuta il 4 agosto: un comunicato reso pubblico dopo la riunione, ha fatto sapere che Ennahda “capisce la rabbia dei cittadini” e “il partito darà il via a riforme interne”. Il consiglio della Shura, l’organo consultativo del partito, ha però annunciato di non aver cambiato idea sul colpo di stato, contraddicendo di fatto le parole del leader Ghannouchi, a prova della tensione interna che spacca la formazione.

Nel frattempo la presidenza continua a mandare a casa esponenti locali come governatori e sindaci (gli ultimi quelli di Zaghouan, Monastir e Medenine), mentre tarda a nominare un primo ministro come richiesto dalla comunità internazionale. Saied ha poi sostituito senza troppe spiegazioni il procuratore generale direttore della giustizia militare Taoufik Ayouni, licenziato il 27 luglio, rimpiazzato da Mounir Abdennabi.

Crisi economica senza precedenti

Mentre i decreti presidenziali continuano ad annunciare nuove nomine e teste che saltano, parallelamente la presidenza moltiplica gli appelli perché si eviti la speculazione e vengano abbassati i prezzi di generi alimentari, bollette, farmaci, beni di prima necessità per “andare incontro alla popolazione in un momento di crisi”. Ma basterà la buona volontà delle associazioni padronali?

Il futuro dell’economia tunisina – il paese affronta da un anno a questa parte la peggiore crisi dai tempi della sua indipendenza – resta infatti la principale incognita dei mesi a venire. L’ormai ex governo Mechichi da mesi negoziava con il Fondo monetario internazionale (Fmi) per avere accesso ad una nuova tranche di aiuti del valore di 3,3 miliardi di euro, nonostante il Fmi avesse già dovuto sospendere la tranche precedente in assenza delle riforme concordate.

Secondo l’agenzia internazionale di rating Fitch Ratings, le decisioni di Saied potrebbero ulteriormente ostacolare la possibilità di raggiungere un accordo con il Fmi, accordo che comunque corrisponderebbe ad una serie di misure impopolari per Saied, come tagli a sussidi statali e salari. Mentre la maggior parte delle imprese pubbliche continuano ad essere deficitarie, a preoccupare sono infatti i salari dei 785 mila funzionari pubblici, che a luglio sono arrivati in ritardo di una settimana a causa dello sciopero degli agenti finanziari. 

 

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