Timide aperture democratiche
In Marocco si sta lavorando ad una riforma costituzionale da sottoporre poi a referendum. Il re, che manterrà un potere forte anche con il nuovo ordinamento, è considerato un interlocutore dal movimento di protesta che attraversa il paese.

Si sono concluse in questi giorni le audizioni dei partiti con la commissione Mennouni, incaricata di redigere la riforma costituzionale entro giugno. Era stato il re Mohammed VI (nella foto) nel suo discorso televisivo del 9 marzo scorso ad individuare i punti da sviluppare. Nomina del primo ministro scelto tra le fila del partito vincitore delle elezioni; rafforzamento delle libertà individuali e dello stato di diritto come antidoto alla dilagante corruzione; magistratura come potere indipendente.

I partiti politici si sono dimostrati cauti e privi di coraggio politico, limitandosi nei venticinque minuti concessi dalla commissione ad esporre proposte che non riducono l’onnipresenza politica del re. Ne è prova la proposta di un potere giudiziario indipendente, che affida paradossalmente allo stesso sovrano la presidenza del consiglio superiore della magistratura.

Nessuna proposta è stata avanzata per limitare l’articolo 19 della Costituzione che assegna al sovrano un potere pressoché assoluto, individuando in lui il duplice ruolo di capo dei credenti (Imarat al Mumine) grazie alla discendenza diretta dal profeta Maometto e di garante della continuità dello stato.

La tempistica con cui si sono affrontati i temi della riforma costituzionale e le relative aperture democratiche devono rendere cauti sulla bontà delle effettive intenzioni. Va sottolineato infatti che il processo di riforma si è innescato dopo l’avvio, il 20 febbraio, delle proteste sociali che ancora si protraggono. Tuttavia il Marocco ha in sé differenze sostanziali che lo rendono un caso particolare non assimilabile a Egitto e Tunisia.

Il governo marocchino ha investito preventivamente per evitare il contagio delle proteste nordafricane controllando i prezzi di frumento, olio e idrocarburi grazie al Fondo di compensazione ed acquistando a gennaio oltre 400mila tonnellate di cereali e frumento.

Non vi è stata quindi alcuna rivolta del pane e le richieste del movimento del 20 febbraio sono state di natura politica contro la corruzione e per la limitazione dei poteri del re, non per la sua destituzione. Il sovrano gode di popolarità e i manifestanti lo trattano come interlocutore non come nemico, diversamente da quanto è accaduto a Mubarak (Egitto) e Ben Ali (Tunisia).

L’agenda della riforma prevede la formulazione definitiva del testo a giugno e successivamente un referendum popolare la cui data non è stata ancora fissata.

«Entriamo nella fase più importante del processo di consolidamento del nostro modello di democrazia e sviluppo» aveva sottolineato il re, al potere dal 1999, nel suo discorso in televisione. La memoria non può non andare all’intervista rilasciata al Time dopo la morte di Hassan II, suo padre, che gli avrebbe lasciato l’ultimo consiglio sul letto di morte: “Durare” ovvero perpetuare la monarchia prima della volontà popolare. (Alberto Lunardi)