Libia
L’organizzazione medico-umanitaria mette sotto accusa le politiche dei governi europei e li invita a riconoscere che la Libia non è un luogo sicuro per migranti e rifugiati (e nemmeno per gli stessi libici). E chiede si faccia di più per aiutare le persone più vulnerabili.

Nonostante il presidente francese Macron continui a sponsorizzare lo svolgimento delle elezioni per stabilizzare il paese, dal 2011 la Libia è tutto tranne che un territorio stabile e pacificato. Lo dicono i fatti (due governi, decine di milizie e gruppi armati, nessun collante politico che possa tenere insieme i diversi interessi e schieramenti), lo sottolineano gli osservatori internazionali e lo ribadiscono le organizzazioni che lavorano nella paese nordafricano.

Dopo gli scontri di domenica scorsa a Tripoli, che hanno coinvolto gruppi armati rivali e che hanno causato 26 morti e 75 feriti, torna a prendere posizione l’organizzazione medico umanitaria Medici senza frontiere (Msf), presente in Libia da sette anni. In un comunicato afferma che «gli scontri hanno ulteriormente compromesso la vita di circa 8.000 rifugiati, richiedenti asilo e migranti, intrappolati e detenuti arbitrariamente nei centri di detenzione della capitale. Alcuni di loro sono rimasti rinchiusi per oltre 48 ore in un’area coinvolta negli scontri senza avere accesso al cibo».

Secondo Ibrahim Younis, capomissione in Libia per Msf: «I recenti scontri dimostrano come la Libia non sia un luogo sicuro per i migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Molti sono fuggiti da paesi devastati dalla guerra o hanno trascorso mesi detenuti in condizioni orribili nelle mani dei trafficanti di esseri umani prima di essere trasferiti in questi centri di detenzione. Queste persone, già estremamente vulnerabili, si trovano adesso intrappolate in un altro conflitto senza la possibilità di fuggire. Non dovrebbero essere prigionieri semplicemente perché cercavano sicurezza o una vita migliore. Dovrebbero essere immediatamente rilasciati ed evacuati in un paese sicuro».

L’Alto commissariato Onu per i rifugiati ha rilevato che quasi la metà delle persone detenute nei centri di detenzione sono rifugiati provenienti da regioni in conflitto, tra cui Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan. Per il diritto internazionale queste persone hanno diritto alla protezione e invece, rincara Msf, «i paesi europei hanno messo in atto politiche che impediscono ai richiedenti asilo di lasciare la Libia. Queste politiche hanno esacerbato le già povere e sovraffollate condizioni di vita nei centri di detenzione di Tripoli».

Presente dal 2011 in Libia, Msf lavora nei centri di detenzione di Tripoli dal 2016, fornendo assistenza sanitaria di base, assistenza per la salute mentale e fornitura di servizi idrici e igienico-sanitari. Msf lavora anche nei centri di detenzione di Khoms, Zliten e Misurata e offre consulenze mediche a Bani Walid.