Non graffiano i pastori del Ciad. I vescovi cattolici, nel tradizionale messaggio di Natale alla popolazione, non tirano fuori quella grinta che nel passato li aveva contraddistinti per essere una spina nel fianco del potere costituito. Con coraggio e parresia.

Sorvolano sul panorama sempre più inquietante di un paese al collasso, cercando, da una parte, di mettere allo scoperto, ma con troppa prudenza, quello che non va e, dall’altra, di elencare una timida litania di buone intenzioni. Una profezia spenta in un momento storico molto particolare. Era un’occasione unica per andare a fondo: 30 anni del “sistema Deby”, il presidente inamovibile elevato al grado di maresciallo, e 60 di un indipendenza che nessuno celebra più.

Se le cose non vanno, il Covid-19 non è certo un alibi da tirare in ballo. La popolazione, nonostante la pandemia galoppi, vive spesso come se niente fosse. Qualche mascherina, meno assembramenti. Ma le culture in Ciad sono interpreti di una vita sempre al plurale, dalla preghiera, al cibo. Dai viaggi ai ritrovi sotto il grande albero o ai crocevia delle città.

Mentre i centri sanitari fanno a gara per avere “casi Covid” in modo da racimolare qualche fondo in più sulle spalle dei poveri e dei malati, la pandemia “è passata dallo statuto di urgenza temporaneo a quello di malattia cronica” dicono i vescovi. “Il Covid è diventato parte integrante di una crisi più importante, provocata dai problemi come la disoccupazione, il cambiamento climatico, le guerre o gli spostamenti forzati”.

Tutti temi sfociati sul tavolo del Forum nazionale inclusivo, voluto dal presidente due mesi fa per dare un ritocco all’assetto delle istituzioni. Qualche pennellata di colore tanto per inscenare la farsa che qualcosa cambia, mentre l’opposizione che conta è stata volutamente lasciata fuori dalle assise.

Questo i vescovi non lo dicono. Si limitano a chiedere alle autorità le ragioni della modifica delle liste elettorali, che spesso escludono diversi cittadini dalle urne, e delle consultazioni così veloci su temi di capitale importanza che meriterebbero almeno un referendum. Non una parola sul vero tema: l’esclusione dalle prossime elezioni presidenziali di aprile 2021 del candidato del partito Les Transformateurs, Succès Massra, l’unico in grado di raccogliere il malcontento generalizzato dei giovani.

Con il pretesto dell’età, visto che di anni ne ha 38 e che i lustri per diventare presidente sono stati portati ad almeno 40. Segno di maggiore saggezza richiesta alla guida del paese o volontà precisa di lasciar fuori l’avversario più temibile in una nazione dove l’età media è attorno ai 18 anni?

Questi ultimi, come ricordano i vescovi, si erano infiammati per la dichiarazione del Capo dello Stato di recrutarne 20mila alla funzione pubblica. E via di corsa a presentare i dossier. Per poi ritrovarsi sorpassati dalle solite raccomandazioni che lasciano indietro merito e competenza. Non cambiano le logiche della corruzione fatta sistema. Dalle città alle campagne, dove imperversano i conflitti intercomunitari tra diverse etnie che si spartiscono la terra.

Risorsa resa sempre più scarsa dai cambiamenti climatici che fanno avanzare il deserto e costringono il lago Ciad ai minimi storici. Per non parlare delle cospicue inondazioni di quest’anno nell’arco di tutto il Sahel. Piogge che hanno lasciato senza tetto migliaia di famiglie, mettendo a nudo la fragilità dei sistemi urbani. Mentre nelle campagne oltre duecento etnie sono una minaccia costante ad una coabitazione che spesso si colora di sangue.

Negli ultimi due mesi, tempo di raccolta, sono oltre cento le vittime degli atavici scontri tra allevatori e agricoltori. Più del Covid-19. Mentre le armi circolano senza problemi anche se i vescovi si chiedono ancora da dove provengano. Le responsabilità politiche sono enormi e il richiamo dei prelati al presidente della repubblica è l’ennesima solfa di una musica che non convince più nessuno: “Ci appelliamo alla vostra responsabilità e alla vostra autorità per investirvi personalmente in vista di far cessare questi conflitti che sono ormai durati troppo e hanno causato così grande disordine nel paese”.

Possibile che si debba far sempre appello all’uomo forte? Dove sono i laici cristiani formati al bene comune dalle diocesi dei pastori in questione? Anche l’invito ai giovani di restare nel paese senza cercare una vita diversa fuori dai confini nazionali, lascia il tempo che trova.

Senza programmi precisi di lavoro o prospettive sicure di avvenire, come pensano i vescovi di trattenere in patria l’ansia dei riuscire il colpo della vita altrove? Del resto sono sempre di più i giovanissimi che tentano la fortuna sulle rotte del Sudan, nel deserto alla ricerca dell’oro e verso il Mediterraneo.

E, infine, una parola stanca e senza mordente agli attori politici per la buona gestione delle risorse comuni, lontana da ogni spirito partigiano, e alle autorità locali per dare il buon esempio con la vita più che con parole spesso rimaste nel vento. Manca freschezza e sprint ai vescovi ciadiani. Un segno di speranza è però arrivato lunedì scorso con la nomina del nuovo vescovo dell’immenso Vicariato Apostolico di Mongo, al nord est del paese.

Si tratta di Phippe Abbo Chen, ciadiano originario del nord. Un uomo di Dio, convinto e appassionato, chiamato ad accendere una luce dentro il caos, insieme ai fedeli di tutte le religioni, a cui sono dedicati, nel messaggio, citazioni della Bibbia e del Corano, per sostenere la speranza della popolazione. Che, viste le condizioni attuali, non può che ritrovarsi autenticamente e soltanto attorno a quei versetti.

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