Un commento
Chiuso il primo turno delle presidenziali, con tutta probabilità si confronteranno al secondo (12-13 giugno) un ex ministro del governo Mubarak e un candidato del Fratelli Musulmani. Si sceglierà tra un governo moderato e laico e uno di orientamento teocratico. L’incognita dei militari e la sfida della nuova costituzione.

Ieri e mercoledì, 50 milioni di cittadini egiziani aventi diritto, hanno avuto la prima opportunità nella storia moderna del paese di esprimere il proprio voto libero per il futuro presidente. I primi dati parlano di uno svolgimento pacifico con una chiamata alla responsabilità di molte istituzioni del paese. Il grande sceicco dell’Università d’Al-Azhar, Ahmed al-Tayyeb, ha fortemente invitato la popolazione alla partecipazione ed ha dichiarato immorale qualunque tentativo di corruzione.

Non tutto si è svolto secondo la legge. Molti hanno continuato a fare campagna elettorale a votazioni già iniziate. In alcune zone del paese la polizia è dovuta intervenire a causa di scontri tra rappresentanti di vari partiti. In generale, comunque, la percezione è di uno svolgimento più ordinato e trasparente rispetto al voto precedente per il parlamento.

Le voci nella strada fanno intravedere due schieramenti. Il voto cristiano è per lo più diviso tra Amr Moussa ed Ahmed Shafik, entrambi ministri sotto i precedenti governi del presidente Hosni Mubarak. Il voto musulmano si orienta per Abdel Moneim Aboul Fotouh e Mohamed Morsi, entrambi vicini ai Fratelli Musulmani con un record moderato. Le prime delusioni nei confronti del governo neoeletto a maggioranza islamica, ha spostato gli umori di molti vero una parte meno estremistica del mondo politico. Dei 13 candidati in campo, ne emergeranno due che si ripresenteranno al voto finale il 12 e 13 di giugno. Il vincitore verrà annunciato il 21 di giugno. A quel punto si potranno fare le dovute considerazioni. Per ora poco può essere aggiunto.

Leggendo tra le righe di quanto è ancora in corso ci sono comunque dei dati sicuri. Innanzitutto è un voto che non riguarda solo il presidente ma il tipo di democrazia che il paese sceglierà. Il voto di fatto dichiarerà la decisione del paese a favore di un governo moderato e laico, tutto sommato più vicino a quello precedente di Mubarak, oppure la svolta verso un orientamento teocratico, una sorta di un moderno califfato fondato sull’applicazione radicale della sharia.

Davanti c’è un passaggio delle consegne del governo da parte del Consiglio supremo delle Forze Armate al parlamento e presidente neoeletti. Nonostante le continue rassicurazioni che questo avrà luogo, i dubbi rimangono sulla disponibilità dei militari di mettersi nelle mani di un governo eventualmente a loro ostile.

C’è poi la grande sfida della redazione di una nuova costituzione, un pilastro su cui rifondare il paese. Già la commissione iniziale, a quasi esclusiva rappresentanza del governo è caduta, dando vita agli scontri di Abasseya di qualche settimana fa. Sarò proprio il presidente neo-eletto a dover garantire la massima rappresentanza della popolazione nella nuova commissione ed impedire che interessi di parte prevalgano su quelli del bene comune.

Tutti questi passaggi saranno i tagliandi inevitabili che certificheranno la democrazia e la libertà vera dell’Egitto. Molto è in gioco. Il nuovo presidente egiziano sarà il quinto dalla fine della monarchia (1952) ma di fatto il primo di un paese che negli ultimi sessant’anni è stato sotto il controllo dei militari. L’unica certezza è che non è più possibile tornare indietro. Il resto, è tutto da scoprire.