GIUFÀ – FEBBRAIO 2018
Gad Lerner

La politica italiana in Africa si regge su un non detto e va a infrangersi su una desinenza mancante: la desinenza “ia”. Niger al posto di Nigeria.

Non si tratta di un dettaglio, bensì di uno scoglio gigantesco, ineludibile e proprio per questo sottaciuto. La spedizione militare europea nel Sahel, cioè nei paesi di transito del flusso migratorio dall’Africa subsahariana – di netta impronta neocoloniale – si prefigge un obiettivo di mero contenimento in paesi come il Niger (21 milioni di abitanti), il Mali (18 milioni), il Ciad (15 milioni), il Burkina Faso (19 milioni), la Mauritania (4 milioni). Ma non fa i conti con il più popoloso paese del continente nero, la Nigeria, che in meno di vent’anni ha già visto raddoppiare la sua popolazione (oggi sfiora i 200 milioni di abitanti e, secondo le previsioni delle Nazioni Unite, supererà i 400 milioni di qui al 2050).

La Nigeria rimane, non a caso, il grande assente al tavolo delle trattative inaugurate da Emmanuel Macron nel vertice all’Eliseo dell’agosto 2017. Là dove la Francia ha ottenuto di coinvolgere, in un ruolo subalterno, le altre potenze europee nella sua campagna militare africana.

Il perché è presto detto. Un conto è trattare con il Niger, ben altro è trattare con la Nigeria, che pure già oggi è il paese d’origine della maggioranza dei migranti che approdano in Europa. Come è noto, la Nigeria (tasso di natalità di 5,5 figli per donna) non è solo il paese più popoloso dell’Africa. È anche una grande potenza economica, consapevole di esserlo. È ricca di petrolio e gas, rappresenta un grande mercato in costante espansione che attira investimenti, è un crogiuolo di energie culturali (cinema, musica, letteratura) che acquistano sempre maggior rilevanza cosmopolita. Certo, è afflitta da piaghe che vanno dalla corruzione delle sue classi dirigenti alla ferocia di una guerra civile e religiosa, senza dimenticare le tensioni etniche, la criminalità organizzata, l’urbanizzazione selvaggia e la tratta delle donne. Anche per questo la Nigeria fa paura e suscita un colpevole istinto di rimozione nei nostri governanti (ma non nei nostri uomini d’affari, alcuni dei quali molto spregiudicati).

Va aggiunto che l’abnorme tasso di riproduttività nigeriano non sembra preoccupare i leader di Abuja, che anzi lo presentano come un dono di Dio, ovvero la predestinazione di un tragitto che li porterà a guidare una potenza mondiale del futuro. Dal loro punto di vista, la quota di nigeriani che emigrano figura del tutto marginale. Ma proprio l’insieme complesso di questi fattori dovrebbe indurci a rifuggire dalla facile tentazione della scorciatoia. Stringere accordi con gli stati deboli del Sahel, cavandosela con risorse finanziarie limitate e l’invio di militari che si trasformeranno inevitabilmente in bersagli dei jihadisti e dei trafficanti, risponde solo a logiche miopi di consenso politico immediato.

La relazione con la potenza nigeriana viceversa risulta scomoda perché dovrebbe instaurarsi da pari a pari e non può risolversi con un anacronistico richiamo di cooperazione allo sviluppo. Mica funziona, con i nigeriani, la vecchia solfa dell’ «aiutiamoli a casa loro» o anche solo del «rimpatriamoli».

Omettendo la desinenza “ia”, spacciando il Niger come soluzione al posto della Nigeria, l’Italia e l’Europa vanno incontro a un mare di guai.

Maggioranza dei migranti

Nel 2017 i nigeriani si confermano i migranti più numerosi sbarcati sulle coste italiane: oltre 18 mila, il 15% del totale (oltre 119 mila, -34,24% rispetto all’anno prima) e quasi il doppio rispetto ai guineani (9.693) e agli ivoriani (9.504), la seconda e terza nazionalità delle persone giunte. Il 2017 si è chiuso registrando il numero più basso di migranti giunti via mare sulle coste dei paesi del Mediterraneo da quando ha avuto inizio nel 2014 il massiccio flusso di ingressi verso l’Europa. Sono stati complessivamente poco più di 171mila, meno della metà di quanti sbarcarono nel 2016, e ben lontani dall’oltre un milione di migranti giunti in Europa via mare nel 2015.