Almeno 465 i morti negli scontri
Quattro giorni di violenze e centinaia di morti. Jos, capitale dello stato di Plateau, cade nuovamente in preda al caos. Abuja invia l’esercito, mentre migliaia di persone tentano di fare rientro nelle proprie case. Gli scontri sembrano essere frutto di continue tensioni sociali, alimentate dalla politica locale.

Ancora una volta è guerriglia a Jos. Una città dello stato di Plateau, nel centro della Nigeria, periodicamente attraversata dagli scontri tra le diverse comunità che la abitano. Questa volta sono almeno 465 i morti, secondo le organizzazioni religiose locali.
Un massacro iniziato domenica 17 gennaio. Ieri, il vice presidente Jonhatan Goodluck ha inviato l’esercito nella città, mentre altri focolai si accendevano nelle aree circostanti.
«Si tratta di una crisi di troppo. Il governo federale ritiene che sia assolutamente inaccettabile e che potrebbe minacciare ulteriormente l’unità del nostro paese”, ha detto ieri Goodluck, che ha inviato a Jos anche i vertici della sicurezza, impegnandosi a trovare una soluzione definitiva al problema.

Ad innescare le violenze, apparentemente, sembrano essere state, ancora una volta, le tensioni tra musulmani e cristiani.
Ben più complessa in realtà la situazione sul campo. Le tensioni sociali, dovute ad un’altissima disoccupazione, alimentate dalla competizione politica e dalla stessa legislazione, hanno fatto della regione un campo minato, pronto ad esplodere ad ogni minima sollecitazione.
«I combattimenti sono tra autoctoni e non» spiega, da Jos, Leonello Fani, dell’Organizzazione Non Governativa APURIMAC. «Gli autoctoni – continua Fani – sono Birom di religione cristiana mentre i coloni fanno riferimento agli hausa musulmani». Sarebbe proprio l’esclusione di questi ultimi da numerosi diritti riservati, invece, agli autoctoni, ad alimentare la tensione tra i due gruppi, secondo il capo dell’Ong.

Ieri sera il coprifuoco è stato sospeso per permettere alla popolazione, chiusa in casa da ormai 4 giorni, di uscire per procurarsi cibo, acqua e farmaci.
Secondo la Croce rossa internazionale, sono almeno mille i feriti, mentre migliaia hanno abbandonato le loro case accampandosi presso strutture pubbliche come scuole, commissariati, ma anche chiese e moschee.
Secondo fonti della sicurezza, citate ieri dai media locali, quasi 200 persone sono state fermate finora per il presunto coinvolgimento nelle violenze.
Sembra di rivivere quanto accaduto, sempre a Jos, il 29 novembre 2008, quando, al termine dello spoglio delle schede elettorali, dopo il voto amministrativo, è stato dichiarato vincitore il partito all’opposizione All Nigerian’s People Party (Anpp). Allora ci furono 400 morti.
Dopo una rivolta, nel 2001, si contarono, invece, più di un migliaio di vittime.

Alle tensione del centro e del nord, si sommano, poi, quelle che attraversano tutto il paese. Dallo scorso novembre, infatti, il presidente Umaru Yar Adua si trova in un ospedale dell’Arabia Saudita per curarsi da una grave malattia cardiaca. Si tratta quindi della prima crisi affrontata dal vice presidente Goodluck, nell’esercizio dei poteri esecutivi, a lui attribuiti in assenza del capo di stato.

In un contesto simile, sono in molti a farsi domande sulla legittimità delle azioni di governo. Una legittimità peraltro ribadita, pochi giorni fa, dall’Alta Corte Federale di Abuja.
Per evitare quindi il ripetersi di questa situazione, si è mosso oggi un gruppo di 40 ex politici nigeriani di primo piano, tutti membri del partito di governo, il People’s Democratic Party. Il gruppo ha chiesto al parlamento di modificare la costituzione e non lasciare nuovamente il paese in preda ad un tale vuoto di potere, con un presidente assente dal proprio incarico da quasi due mesi.

(L’intervista a Leonello Fani, dell’Organizzazione Non Governativa APURIMAC, è stata estratta dal programma radiofonico Focus, di Michela Trevisan)